Villa Arzilla

VILLA ARZILLA

ovvero

“Le avventure di una casa di matti”

 

personaggi

La principessa sul pisello

Il Re Padre

La regina Madre

La Contessa zia

Il Principe Consorte

L’Infanta Elena

I Duchi dell’Orto

Super Wilma

Edy la governante

Frida il cane-cavallo

 

Cortigiani, sudditi, cantanti 

L’azione si svolge in un ameno paese della Valle Scrivia

  

Questa è Villa Arzilla, vista attraverso i fiori  del melo che, ogni anno, ha sempre dato molti frutti che, per altro, noi non abbiamo mai mangiati perché, con estrema agilità, riusciva a cogliere e mangiare solo il cane. Già questo vi può dare un’idea dell’anarchia che regna a Villa Arzilla. Chiariamoci subito: la casa, in verità, si chiama “il poggio”, tipica denominazione toponomastica presente in tutti i paesi, ma Villa Arzilla mi sembra più adatto per indicare la peculiarità del loro carattere dei suoi abitanti. Mia nonna paterna mi raccontava spesso la storiella di un gallo che, pur già chiuso nella pentola per essere bollito, per  non arrendersi, sollevava il coperchio e urlava: ” Ancora legna!”

Noi siamo come quel gallo,  non molliamo mai e, soprattutto, non ci molliamo mai: come i moschettieri, noi siamo tutti per uno e uno per tutti, salvo darcele di santa ragione anche tra noi! E’ infatti evidente che, con caratteri così combattivi, nessuno di noi voglia abdicare al proprio primato: qui, in un sano clima di lotta democratica, ci si accapiglia su tutto. Dalla pasta al minestrone, dal cane al gatto, da Verdi a Puccini, da Prodi a Berlusconi, dalla lana al cotone, ogni argomento è buono per innescare guerre totali o scontri in singolar tenzone. Come intrepidi Don Chisciotte, siamo sempre pronti alla lotta per poi ritrovarci, la sera, intorno al tavolo, cinguettanti come merli e totalmente dimentichi del quotidiano spargimento di sangue……….

Droga?

ORE 8,00 – Dialogo tra il Re Padre e Super Wilma

Re Padre – < Wilma, hai pagato LSD?>

Wilma – < Si, perchè?>

Re Padre – < Non trovo più il mio LSD, l’hai preso tu?>

Wilma – < No, io ho il mio!>

Re Padre – < Non l’avrà preso tuo figlio?>

Wilma – < Mio figlio usa LSD a scuola!>

Parlavano di droga? No, discutevano del moden ADSL

 

Giornata tipo

Ora, non vorrei mai che, data l’età dei suoi abitanti, vi foste fatti l’opinione che Villa Arzilla possa essere un luogo calmo in cui si trascorrono meste e tranquille giornate, illuminate solo da qualche scontro interno. Per fugare ogni fraintendimento, ecco una giornata-tipo di Villa Arzilla.

Ore 7: la casa si sveglia e irrompe Frida, alano di 40 kg, che, dopo avermi “slavazzato” una mano comincia a rubare scarpe scorazzando per casa come un cavallo;

Ore 8: arrivano la colf, la mia baby-sitter e le infermiere del servizio sanitario e la casa esplode di, rumori d’elettrodomestici e risate mentre io sono rivoltata come un calzino;

Ore 10: entrano, cantando (qui cantano tutti!), i nostri vicini estivi, con cesti d’insalata e zucchini del nostro orto;

Ore 11: arrivano la bottegaia con la spesa, l’uomo dell’ossigeno, il postino e il commesso del dogshop che porta una “mostruosa” quantità di pappa per cani;

Ore 12.30:, finalmente, stop!

Si fa la pappa ma…alle 14, arrivano!

Un’orda di giovani “barbari” provenienti da mezzo mondo invade la casa con gli spartiti sottobraccio e la baraonda comincia! Musica di sopra, musica di sotto: dalla zia si suona “La traviata” e mio padre risponde con ”Il Trovatore”…Su si folleggia e giù si bruciacchiano al calor della Pira! Io e mia madre, annichilite, restiamo in balia della colf che canticchia, (anche lei!) “Nessun dorma”.

Il “concerto” va avanti fino alle 19 quando arriva il mio amore e mi chiede:

  • Giornata tranquilla? –
 
 

Terapia del dolore

 Come vi ho già detto, qui a Villa Arzilla (per le puntate precedenti vd. TAGS), c’è sempre un gran via vai: studenti di musica che vengono un po’ da tutto il mondo per studiare canto con mio padre e mia zia, amici miei, amici e parenti dei miei genitori e, naturalmente, infermiere e medici per me. In queste due categorie si annoverano i più disparati elementi: l’oculista che mi porta i libri da leggere, il dietologo che mi parla d’arte e di Genoa, il dermatologo che sentenzia “tutti dobbiamo morire” e le espertissime e affettuose infermiere del servizio sanitario che mi portano peluche e buonumore. Proprio da una delle infermiere, in una fredda nevosa giornata, mi arrivò il seguente sms: “oggi ti porto un medico giovane e bello”. L’occasione era ghiotta e, nonostante il cuore irrimediabilmente impegnato, non potevo mancare al gustoso invito: cambio di camicia e di pannolone, passando dalla versione ascellare a quella baby, pettinata veloce, zaffata di profumo e occhio, quello ancora buono, languido. Ora, come avrete capito, la maggior parte dei medici che mi frequentano, viene, più che altro, per farsi una cultura medica, poiché io sono una sorta d’enciclopedia vivente per la quantità di sfighe e di patologie che assommo. Il Dottor F., effettivamente raro esemplare del genere maschile, assai affascinante e simpatico, dichiarò subito, bontà sua, di essere venuto solo per conoscermi (che, in poche parole vuol dire che voleva vedere da vicino la “rarità”medica!) e per sapere se avevo bisogno del suo aiuto, occupandosi lui di “terapia del dolore”. Provvedendo io, immantinente, a fare i debiti gesti scaramantici, sotto le coperte, sbattendo il mio occhio buono, scrivendo sul pc, lo rassicurai che, per il momento, non soffrivo di dolori e che, in ogni caso, lo avrei tenuto presente. La gaia conversazione si spostò poi su altri argomenti, allietata dalla presenza dei miei genitori e dalle due garrule infermiere, una delle quali, sicuramente, invaghita del doctor (stile E.R). Preso dalla foga della sua conversazione e affascinato dalla sua stessa voce, il novello Gorge Clooney, si sbizzarrì con una domanda di carattere social-altruistico che segnò la sua rovina:

  • Ma a lei, signora, cosa manca? –

Il silenzio cadde sugli astanti: tutti mi guardavano sorridenti e trepidanti mentre, solo il volto di mia madre, lasciava trasparire l’orribile presentimento che solo un cuore di mamma ha.

Con calma, pregustando la mia gioia, presi a scrivere, e sul video, campeggiò la mia risposta:

  • Cosa mi manca? S-C-O-P-A-R-E!

Il Dottor F. sta ancora ridendo.

 

Attentato!

Molti penseranno che queste amene avventure siano frutto della mia mente perversa, ed è per questa ragione che vi racconto questo recentissimo fatto che ha due attendibilissimi protagonisti. 10 Luglio, ore 21. In questa calda serata estiva, punteggiata di lucciole, tirata a lucido e un po’ emozionata, attendo l’arrivo di due amici per parlare con loro di un progetto che mi sta molto a cuore: Fabrizio, giovane e attivissimo editore, e Lia, fisioterapista e co-autrice, vengono per parlare del nostro libro! La casa è insolitamente silenziosa: mia madre sonnecchia in salotto davanti alla tv da dove riecheggia “Fratelli d’Italia”, mio padre è nell’orto con i nostri vicini Al e Nanni a disquisir sui fagiolini, Frida li osserva appostata poco più in là. Il cancello principale è aperto nell’attesa dei miei due ospiti che, senza esser visti da nessuno, arrivano e s’infilano nella mia camera, dopo aver posteggiato la macchina nel vialetto che conduce al nostro cancello. Per amor di verità devo dirvi che il soprannominato vialetto è, in realtà, una ripidissima salita destinata solo alla nostra casa e assolutamente inadatta al posteggio: Fabrizio, bontà sua, è riuscito a posteggiare in bilico, su un prato scosceso nascondendo l’auto fra i cespugli. La serata procede tranquilla mentre noi tre chiacchieriamo di libri e di blog, mia madre sogna Buffon e i tre ortolani prendono la via di casa seguiti da Frida che strapazza un vecchio pallone. Ma il thriller è in agguato e, alla vista dell’auto di Fabrizio, Al esclama: “Di chi è quella macchina?”

La mente dei tre galoppa: e se fosse rubata? O magari un’auto-bomba?e dov’era il terrorista? Urge un intervento e i tre, dopo un attento esame del veicolo, confortati dal fiuto di Frida che si è calata perfettamente nei panni del mitico Rex, decidono di chiamare i carabinieri. L’arma, nei secoli fedele, fatte le domande di rito, promette un intervento immediato. L’operazione Scrvia’s Valley Storm ha inizio! I tre in avanscoperta, fatto un rapido piano d’attacco, si dividono e mio padre rientra velocemente alla base per avvertire mamma della prossima invasione ma, mentre le sussurra guardingo “ho chiamato i carabinieri”, dalla mia stanza si leva la voce di Fabrizio che ride…Come un novello Sandokan, pronto a difendere la sua Mompracen, nonostante i suoi reumatismi, papà si lancia verso la mia stanza pronto a balzare sul malvivente e si trova davanti Fabrizio:”oh, signor Garaventa, come va?”. La risposta a quella semplice domanda, non arriva perché mio padre , chiaritosi che la macchina era di Fabrizio, si precipita al telefono per fermare la Benemerita. Ci vuole un bel po’ per convincere i carabinieri che è era più necessario il loro intervento e che noi non siamo tenuti in ostaggio da un pericoloso malvivente anche perché mio padre, in evidente stato d’agitazione, alla domanda “ma adesso l’uomo dell’auto dov’è?” risponde “in camera con mia figlia!”.

Per questa volta non ci hanno portato in galera ma, se succedesse, posso contare su di voi per le arance?

Fans

Ogni artista lirico che si rispetti, ha i suoi fans che lo amano e lo seguono e che, ingenuamente, pensano che, nella vita di tutti i giorni, continui ad essere perfetto e irraggiungibile come sulla scena: sono convinti quindi che un tenore giri per casa in frac, sussurrando parole d’amore alla moglie. Naturalmente tutto ciò è frutto di una grave sindrome da idolatria che, comunque, mio padre non contribuisce ad alimentare e che, anzi, come vedrete di seguito, cerca di debellare. In una calda serata d’agosto di qualche anno fa, mentre Villa Arzilla sonnecchiava stranamente silenziosa, si udì il suono del campanello che annunciava la visita di due fans paterne. Le due anziane ma vigorose signore, perfettamente abbigliate in lino e seta, pettinate e rifinite come quarantenni rampanti, spiegarono a mia madre che, appassionate da sempre di lirica, saputo che il” famoso tenore”abitava lì, con coraggio, erano venute a conoscerlo. Constatata la non pericolosità dei soggetti, mia madre le fece accomodare, offrì loro il caffè, riferendo che mio padre sarebbe arrivato di lì a poco. La conversazione cadde, ovviamente, sulle doti artistiche di mio padre: ne lodarono l’eleganza, la prestanza, la passionalità e la dolcezza e la perfetta tecnica vocale. Scommetterei, senza tema il mio respiratore, che, mentre le signore, con l’occhio languido, tessevano le lodi del genitore, mia madre pensava a quante volte lo aveva rimproverato per la sua “mise” casalinga, stile extracomunitario, o per terribile frastuono che produceva quando starnutiva ma, la poverina, certo, non poteva immaginare il peggio. Infatti, proprio mentre le signore lodavano la melodiosità della voce di lui, un urlo disumano e potente si alzò dal giardino: ” Lilli, ho purtou e tomate”*. Mia madre sbiancò e capì: era stato nell’orto. La porta della veranda si spalanco violentemente e il “tenore” apparve in tutta la sua possanza. Più che dall’orto sembrava arrivare da una spedizione nella foresta vergine: stivaloni di gomma antivipera, pantaloni sbrindellati, camicia a quadri annodata in vita, canottiera di tinta inqualificabile e, per finire, un vecchio cappellaccio di paglia con la tesa rosicchiata dal cane.

Mia madre riuscì solo a mormorare qualcosa che voleva essere un presentazione ma che assomigliava di più a un rantolo e le signore, pallide e con gli occhi sgranati, riuscirono solo a sussurrare: “Ohhhhhhhhh”.

Il “tenore” senza scomporsi, brandendo in una mano un macete e nell’altra un cesto di verdure, sorrise con galanteria e disse: “Gradite degli zucchini? “

*”Lilli, ho portato i pomodori”

La Benedizione

Pranzo di famiglia: Reali Genitori, Duchessa Zia, Principe Consorte con relativa Infanta e, assisa sul mio trono, ci sono anch’io, con tubi, tubetti e le solite macchinette al seguito. Il cane-cavallo dorme tranquillo. Inaspettatamente suonano al cancello e Frida scatta verso la porta del giardino mentre, dopo aver risposto al citofono, l’Infanta annuncia perplessa: “C’è il prete che viene a benedire.”

Panico! Mia madre si getta sulla tavola nel tentativo di mettere ordine, forte dell’abitudine di dover presentare al nostro parroco la parte miglior e scenografica della casa. In breve, accompagnato dall’Infanta e da Frida, il prete fa il suo ingresso con un vero “colpo di scena”: non è il nostro parroco ma un suo aiutante ed è nero, tanto nero che persino Frida lo guarda perplessa. Con una bella voce baritonale ed un sorriso aperto, Don Silvestro, si presenta ma, appena mi vede, per la prima volta, la voce gli muore in gola: balbetta e, sicuramente, dev’essere anche sbiancato anche se noi non ce ne siamo accorti.

Io cerco di rincuorarlo sorridendo e lui si fa coraggio e comincia la benedizione ma, forse per sua sensibilità personale, forse per la provenienza da un mondo meno ipocrita e “civile, ci risparmia la solita pastetta preconfezionata e, dette due semplici preghiere, dice poche parole commosse e sincere e ci elargisce, con gesto ampio delle braccia, un’abbondante annaffiata benedetta che colpisce anche Frida, compostamente seduta fra me e lui.

Dopo i sorrisi e i saluti, nuovamente scortato da Frida e dall’Infanta, il prete esce di scena non prima di sussurrare all’orecchio dell’Infanta, una battuta d’effetto:

  • Sicuramente, la faranno santa! –

Sorrido e penso che devo darmi da fare per mettere insieme quei 2 o 3 miracoli che occorrono per le pratiche di canonizzazione.

Amen

 

FBI (Family Investigation Bureau)

Nella mia vita precedente, c’è stato un tempo, in cui non ho abitato a Villa Arzilla: dopo il divorzio, infatti, decisi, per sottrarmi alle affettuose/ansiose/oppressive cure parentali, di abbandonare l’appartamento coniugale, situato al 3° piano della casa avita, per trasferirmi in un piccolo appartamento, in un condominio non troppo lontano ma neppure pericolosamente vicino. La mia nuova casetta era perfetta per una vita da single e io, con somma meraviglia di tutti e con soddisfazione mia, riuscii ad organizzarmi al meglio: lavoro nel campo musicale, impegni politici in Comune, vita sociale rutilante! Libera, per la prima volta, da impegni familiari e coniugali, mi pareva impossibile di non dover reder conto a nessuno dei miei orari e delle mie giornate e svolazzavo libera come un fringuello. Così, nell’estate del ’97, io sperimentavo la mia indipendenza operosa mentre, a mia insaputa, la FBI (Family Investigation Bureau) organizzava il suo posto d’osservazione poiché, dalla finestra del tinello di Villa Arzilla si vedevano le finestre di casa mia! I miei genitori, in perfette tute mimetiche, corredati di binocoli all’infrarosso, macchina fotografica con zomm chilometrico, microfoni direzionali ed….elmetto, sotto lo sguardo perplesso della boxerina Elsa, si organizzarono in turni di sorveglianza per vegliare sulla vita del giovane virgulto, gettato improvvisamente nel diabolico mondo dei single! Ignaro di suscitare tali ansie, il virgulto, in altre parole io, se la spassava beatamente, in quelle calde notti savignonesi, non rientrando mai prima delle due di notte e, fu proprie in una di quelle notti che, lo sporco gioco del FBI fu scoperto. Rientrata dopo una serata di ballo all’aperto, felicemente stanca, m’infilai sotto la doccia e, poi, scivolai nel letto. Sprofondando subito in un sonno profondo, ebbi, opinatamene, la visita di Antonio Banderas, ma, mentre mi godevo la superba compagnia, proprio sul più bello, mi svegliò lo squillo del telefono! Sollevai la cornetta, biascicai qualcosa ma, dall’altra parte, si fece udire la voce ansiosa di mamma:

–        Sei in bagno da un’ora! Stai male? –

Immediatamente, due possibilità si presentarono ala mia mente: o ero schizofrenica e, quindi, ero in bagno ma credevo di essere a letto, o avevo il dono dell’ubiquità.

–        Veramente sono a letto… – risposi interdetta.

–        Nel tuo bagno c’è la luce accesa da un’ora… come mai?-

Con un salto felino, balzai dal letto, imboccai il corridoio curvando stretto come Valentino Rossi, spalancai la porta del bagno e trovai la luce accesa: avevo scordato di spegnerla dopo la doccia.

Ormai sveglia e incazzata per l’evidente intrusione nella mia privacy, afferrai la cornetta e ruggii:

–        Ma cosa ci fate, alle tre di notte, in tinello? –

Dall’altra parte ci fu un silenzio imbarazzato, poi, mia madre rispose:

–        Ehmm….. Elsa non riusciva a dormire, così ci siamo alzati a farle compagnia. –

23 pensieri su “Villa Arzilla

  1. Yuo are great!!! Che dire sei simpaticissima , mi piacerebbe conoscerti, purtroppo sono dall’altra parte dell’oceano…pero’ non si sa mai :-))

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