L’unico giornalista italiano incarcerato

Guareschi, Cervi e Fernandel

Ieri sera, durante il programma “otto e mezzo” condotto da Lili Gruber su La7, parlando del recente emendamento approvato dal Parlamento che prevede la detenzione, di un anno, per i giornalisti condannati per diffamazione, On. Rutelli ha affermato che, dall’avvento della Repubblica, in Italia, un solo giornalista è stato incarcerato, in conformità a questa legge.

L’affermazione è vera ma, forse, val la pena ricordare chi era questo giornalista che scontò ben 409 giorni, non chiese la grazia e, all’uscita dal carcere di Parma, affermò:

«È stato un ottimo anno, per me, questo 1954. Non bisogna badare all’apparenza. E c’è galera e galera.»

L’uomo che così parlò era il grande scrittore Giovanni Guareschi: il padre di Peppone e Don Camillo, scrittore, tra gli autori italiani più tradotti, vignettista, giornalista.

Ma veniamo al fatto che lo portò in galera. Il 20 e 27 gennaio 1954 Guareschi pubblicò su Candido due lettere, scritta a macchina su carta intestata dalla Segreteria di Stato di Sua Santità e recante lo stemma Vaticano, attribuite a De Gasperi con un duro commento. Il passo incriminato, che scatenò l’ira e la querela di Alcide De Gasperi era, essenzialmente, quello dove venivano richieste “azioni di bombardamento nella zona periferica della città (di Roma) nonché sugli obbiettivi militari segnalati”. Si chiariva più innanzi quanto segue: “Questa azione, che a cuore stretto invochiamo, è la sola che potrà infrangere l’ultima resistenza morale del popolo romano, se particolarmente verrà preso quale obbiettivo l’acquedotto, punto nevralgico vitale”.

Durante il processo fu respinta la perizia calligrafica di parte, che attestava l’autenticità della firma e Guareschi venne condannato sulla base dell’affermazione di De Gasperi, che giurò di non aver mai scritto le due lettere. Nel 1956, nel corso del processo intentato in contumacia contro Enrico De Toma, il fornitore delle due famose lettere a Guareschi, il Tribunale di Milano affidò a un collegio di tre periti l’esame delle due lettere negato due anni prima a Guareschi. La conclusione dei periti fu che “non esistevano prove tali da stabilire inequivocabilmente la falsità delle lettere”. Il Tribunale incaricò un successivo superperito che dichiarò le lettere “sicuramente false”. La difesa di De Toma impugnò la superperizia e ne chiede una di parte. Sconcertante il responso dei periti della difesa che dichiararono di rilevare “palesi diversità fra dette lettere e quelle pubblicate su Candido”. Il Tribunale non tenne conto di nessuna di queste perizie. Il 17 dicembre 1958 dichiarò estinto per amnistia il reato di falso e assolse De Toma dall’accusa di truffa per insufficienza di prove, con l’ordine di distruggere i documenti.

Lascio a voi il paragone con la vicenda Sallusti…

 

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