Il bambino delle bisce

Anno scolastico 1967/68 – classe II – Scuola elementare di Savignone

Solo io lo chiamavo così, perché , a 7 anni, appena arrivata nella piccola scuola di campagna, mi ero imbattuta il quel bizzarro compagno di classe che, con l’intento dispettoso di spaventare le femminucce, aveva portato in classe, una lunga e innocua biscia verdastra.

Sbandierando la povera bestia, assai più terrorizzata dei bimbi. la piccola canaglia campestre schizzava tra i banchi, incurante delle urla della maestra, fin troppo paziente, seguito dal codazzo urlante degli altri maschi, elettrizzati dal loro indomito capopopolo. Le bambine, come conveniva all’epoca delle fanciulle timide e indifese, reagirono urlando, nascondendosi sotto i banchi e implorando accoratamente “mamma”: io no. Benché appena arrivata dalla grande Milano, abituata ad ordinate, affollate e silenziose classi femminili, poco avvezza alla libertà dei campi, alla vista della biscia, pur tremando internamente, non battei ciglio, per non dar soddisfazione ai piccoli mascalzoni. Tre giorni di sospensione , una bella ramanzina e, immagino una buona dose di scoppole, furono la giusta punizione per il reprobo che, già recidivo, sembrò non curarsene minimamente. Dopo quel primo burrascoso incontro, scoperto che il compagno era anche mio lontano  cugino, i nostri rapporti migliorarono molto: ci vedevamo, infatti, ogni pomeriggio,  sulla piazza, insieme alla numerosa comunità infantile che, allora,  giocava ancora per strada.

Il bambino delle bisce era sempre il primo ad arrivare e l’ultimo ad andarsene: coi capelli sempre arruffati, poco amici del pettine, gli occhi mobilissimi e vigili, il fisico asciutto e nervoso, assomigliava a una volpe astuta e scattante, sempre pronto all’azione e sempre in cerca di nuove scorribande in cui coinvolgerci e stupirci. Spesso, quando il tempo non era clemente o non avevamo idee per passare la giornata, ci rifugiavamo a casa sua dove, la sua monumentale madre, vagamente somigliante a una simpatica Maga Magò, ci rifocillava nella fumosa cucina, distribuendo fette di pane e olio. Anche la casa, così diversa dalle asettiche case cittadine, mi sembrava un luogo da favole: la grande cucina economica a legna, pentole e utensili in bella vista, il vecchio macinino del caffè, i muri anneriti dal fuoco, e un nugolo spropositato di fratelli d’ogni età che gridavano e correvano per le stanze, inseguiti dall’infuriata mamma Maria.

Così era il bambino delle bisce e tale è rimasto crescendo: simpatico, un po’ burbero e sornione, donnaiolo ma padre di famiglia, lavoratore, un po’ scavezzacollo ma instancabile. Sembrava non aver paura di nulla, nulla sembrava scalfirlo.

Ora non c’è più…. ieri si è impiccato alla trave di una cascina, nei prati dove andavamo a giocare.

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16 pensieri su “Il bambino delle bisce

  1. A volte coloro che sembrano i più forti poi nascondono delle grandi fragilità.
    molto dolci i tuoi ricordi del bambino delle bisce : conservali così perchè lui merita di essere ricordato con il sorriso della gioventù.

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  2. E’ qualche cosa di imprescindibile che scatta dentro per cui nessuno può capire il perché succedono queste cose.
    Una cosa che in qualche modo può prevenirle è avere una grande fede.
    Marina sono dispiaciuto perché dalle tue parole si evince che gli eri affezionata.
    Un saluto caro, Luigi

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  3. oh cara Marina, che epilogo !
    da come lo descrivi si sente che lo amavi come un buon fratello. ti sono vicina perché anche mio fratello si è impiccato! non ha saputo affrontare quello che la vita gli aveva posto davanti, nonostante tutta la sua saggezza : la vita ha girato nella sua testa la leva della disperazione e quel clic fatidico ha generato il black out mentale spegnendo la sua voglia di vivere e di continuare a lottare!
    il mio cuore batte con il tuo Marina, un bacio Renata

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  4. Triste, tanto triste.
    Poche righe per scivolare nel suo mondo e una fine improvvisa, preparata silenziosamente.
    “Voglio però ricordarti com’eri, pensare che ancora vivi, e come allora sorridi”

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  5. La vita è proprio dura ma, al di là della durezza, la depressione è sempre in agguato, persino in momenti oggettivamente non terribili (cosa che, peraltro, non sapremo mai)

    Ho cliccato “Mi piace” per il racconto prima di arrivare alla frase finale… l’avessi letta prima non l’avrei cliccato, perché non mi piace che si sia impiccato 😦

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  6. Che colpo al cuore! Non gli è bastata la sua libertà, il fuoco che gli bruciava dentro si è spento….. che mistero l’uomo: quello che credi il più forte alla fine si dimostra il più fragile…..

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