“Tre donne”: racconto per l’8 marzo

Salirono per le terrazze, poi per altre scale. Lontano, nello scorcio di mare, s’alzava, tra fiamme rosa, il mosaico della sera. Entrarono nei vicoli. Ancora quattro passi, e anche la piazza era percorsa. Non c’era anima viva. Sui sedili di pietra, qualche foglia d’ulivo accartocciata. Due mani erose, e tagliate ai polsi, si stringevano sulla lastra della fontana. Il paese un tempo, a dispetto del nome, doveva essere abitato da gente mite.”…..

Emma chiuse il libro e lo appoggiò sulle gambe provandone la solita strana sensazione: ne avvertiva il peso ma non il contatto. Voltò la faccia e guardò verso il mare increspato dal vento: nella piazzetta non c’era nessuno e quel luogo, così ben descritto da Biamonti nel suo romanzo, non era molto diverso da quello che lei aveva conosciuto dieci anni prima. L’unica differenza era che, ora, si poteva arrivare lassù comodamente con l’automobile, senza arrampicarsi per vicoli, scale e terrazze come, del resto, aveva fatto anche lei in quella sua unica visita: oggi, con la sedia a rotelle, non sarebbe mai potuta arrivarci. Erano molti i luoghi dove, dopo l’incidente, non poteva più andare ma, con il suo carattere orgoglioso e volitivo, si era adeguata subito, senza rimpianti…o quasi. Anche la sua casa da single, faticosamente custodita dalle rovine di un divorzio, era stata abbandonata perché inadeguata ad ospitare la sua inseparabile compagnia a ruote: nuova edilizia, metrature a misura di handicap, trasloco, scatoloni, ricordi e, invariabilmente, bilanci. Emma non era solita guardarsi alle spalle, non amava i rimorsi, non aveva rimpianti: da sempre, quando la vita la metteva a un bivio, rimaneva immobile, per un po’, guardando in tutte le direzioni poi, scandagliata ogni possibilità, prendeva una via e non si voltava più indietro. Quel giorno, però, qualcosa era successo e, chiaramente, la colpa era di Biamonti: quel “Vento largo”, con la sua copertina un po’ sgualcita, si era messo di traverso sulla strada che la portava verso la nuova casa e, forse, verso una nuova vita, e, nel tramestio delle scatole e dei ricordi, l’aveva costretta a fermarsi. Per chi la conosceva bene, la cosa non doveva sembrare strana poiché lei, con i libri, ci aveva convissuto da sempre: li aveva sempre comprati con trepidazione girando per austere librerie e affollati mercatini, li leggeva con rispetto e poi li riponeva con cura nelle sue librerie, disseminate in tutta la casa. Ora, a quarant’anni, li scriveva anche lei ma, i suoi, le sembravano sempre meno belli, meno importanti, di quelli degli altri. Il fruscio delle pagine scosse dal vento la fece trasalire e, istintivamente, afferrò la copertina per evitare che il libro cadesse e, in quel gesto, scoprì, inavvertitamente, una dedica, appena sbiadita dai suoi vent’anni: “Con eterna amicizia. Anna”. Ricordò che, allora, quelle parole le erano sembrate troppo impegnative: “eterna” sembrava un termine da melodramma, non adatto ad un’amicizia tra ragazze, mentre oggi appariva grottesco e solo presago di sciagure.

Le voci di tre giovani donne la fecero voltare verso la scalinata: Emma le vide, le riconobbe e, subito, capì che, come nei film, era il momento del suo flash-back e vi si abbandonò senza reticenze. Fissò lo sguardo su quelle tre figure e rivide se stessa e le sue amiche, come se tanti anni non fossero passati.

Vide Anna che veniva avanti, per prima, e dietro, lei stessa e Carla che parlavano fitto: Anna cantava un’aria da, “L’elisir d’amore” di Donizetti, che stava studiando nel suo lungo e appassionato studio per diventare una cantante lirica. Una di quelle dive, come diceva lei, che girano il mondo da un teatro all’altro, seguite da stuoli di ammiratori tremebondi. Anna, a vent’anni, si sentiva già diva e, arrivati i primi contratti, aspettava solo l’arrivo del suo principe azzurro, o meglio, visto che viveva in un mondo popolato di trovatori, cavalieri ed eroi, attendeva fiduciosa il suo Manrico.

– Hai finito con ‘sta lagna? Non potresti cambiare opera? – l’apostrofò Carla, afferrandola di sorpresa per il collo.

– Cosa vuoi che ti canti? Il “Rigoletto” così puoi pensare a….lui? – si difese Anna, divincolandosi.

Il volto di Carla s’illuminò aprendosi ad un sorriso che sembrò illuminare quell’umido pomeriggio autunnale: bella e statuaria, Carla le superava in altezza e fascino ma, nonostante una lunga e inesauribile fila di ammiratori, palpitava solo per il suo bel baritono, conosciuto al conservatorio, dove studiava pianoforte.

– Guardate, vi faccio vedere una cosa…- mormorò slacciandosi la giacca e lasciando intravedere una candida maglietta sulla quale spiccava il ritratto del suo bello.

– Ma, allora, sei proprio persa? – si sentì dire Emma.

Dalla sua sedia, si osservò con curiosità e, senza essere morbosa, concluse che, ruote a parte, non era poi troppo invecchiata: adesso c’era qualche capello bianco, e qualche ruga ma, per trovarli, bisognava aguzzare ben bene la vista, avvicinarsi fin quasi a specchiarsi dentro le pupille di quelle tre figure che si erano miracolosamente materializzate dai suoi ricordi. Senza accorgersene, Emma si era mossa verso la sua automobile, parcheggiata lì accanto, e il suo viso si rifletteva nello specchio retrovisore: le bastò un’occhiata per capire e non riconoscersi più. Non i capelli, non le rughe e neanche le sue gambe morte la dividevano da quelle tre figure: ciò che la rendeva diversa e irriconoscibile era lo sguardo.

Con coraggio guardò negli occhi di quella che era vent’anni prima e ci trovò le speranze della sua gioventù: l’amore per un uomo creduto perfetto, la passione per una carriera universitaria appena iniziata, il desiderio di avere dei figli e una vita piena di affetti. Evitò di riguardarsi nello specchio umido di brina: sapeva che non avrebbe trovato nulla, proprio nulla, di quel che avrebbe dovuto esserci e, per distogliersi da sé cercò nello sguardo di Carla che le passava davanti gridando “Enrico, amore mio!”. Nei suoi occhi d’allora c’era la gioia d’amore e l’attesa sognante di una vita dedicata alla musica: oggi, single per scelta e per rabbia, donna in ascesa politica, Carla non suonava più il pianoforte perché non ne aveva né tempo né voglia.

Le tre figure si avvicinarono ancora ed Emma non seppe resistere ed allungò la mano per afferrare qualcosa, per toccarle: un boato improvviso riempì l’aria scura di nuvole e il libro le sfuggì di mano cadendo sui ciottoli della “crousa”. Una mano minuta e guantata si affrettò a raccattarlo ed Emma si trovò davanti la faccia di Anna: viso greco, capelli neri, bocca carnosa, occhi scuri e profondi, pieni di attese. La musica, la grande carriera, il grande amore: nulla era mutato in lei, non c’era delusione, non c’era dolore né solitudine.

– Le è caduto questo, signora. – mormorò gentilmente.

– Grazie….- rispose Emma automaticamente, vedendola sparire dietro l’angolo della chiesa.

Il campanile suonò le sette ed Emma capì che il sogno era finito e che il tempo dei ricordi era ormai scaduto. Cominciò a piovere e, raggiunto faticosamente il sedile dell’auto, girò la chiave e accese il motore. Come accadeva spesso, poiché dimenticava sempre di spegnere la radio, insieme al motore, partì una musica squillante: la voce di un trovatore intonava una stentorea “Pira”. Con uno scatto di nervi, lasciò l’acceleratore a mano posto sul volante e spense la radio.

Niente musica, niente ricordi, per quel giorno ne aveva abbastanza! Non era abituata guardarsi indietro e non le era piaciuto quel che aveva visto nei propri occhi e in quelli di Carla….

Ad Anna, poi, non doveva pensare, mai, e lo sapeva.

Non doveva pensare al matrimonio di lei con il suo eroe, violinista innamorato; non doveva pensare all’improvviso svenimento a quella prima recita importante,; non doveva pensare alle interminabili visite mediche, alla terribile prognosi, alla devastante chemioterapia, alla fuga ignobile del sue eroe a pochi giorni dalla sua morte.

Per fortuna, nei suoi occhi non era rimasto nulla: solo musica ed eroi che corrono nel vento.

Per quel giorno era meglio chiudere il libro.

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11 pensieri su ““Tre donne”: racconto per l’8 marzo

  1. Bel racconto, anche se mette molta malinconia.
    E’ questo comunque lo spirito con cui si deve ricordare la data dell’8 marzo, data che non è una festa ma ricordo di un tragico evento, in cui le donne sono state vittime.
    Un saluto caro, Luigi

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  2. .. e bellissimo, nella sua tristezza!
    Sbaglio, se riconosco nelle tre donne, almeno in parte, tre amiche?
    Sei troppo brava, Marina, ad evocare: non posso dire altro.
    Ma un bacio a te, quello sì.

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