Il pandolce fatato – parte seconda

  Qui la prima parte

…Da quel momento la cucina si trasformava in una pasticceria. La gran madia di legno era posata sul tavolo, e su quel piano si ammotticchiavano gli ingredienti: l’uvetta ammollata, i pinoli, il cedro tagliato a dadini, la farina, il burro, il lievito, lo zucchero e…l’acqua di fior d’arancio. Mentre la piccola se ne stava lì, silenziosa e attentissima, nonna impastava, amalgamando gli ingredienti con colpi vigorosi, costanti e, a suo modo, affettuosi. Il tutto era accompagnato da critiche annotazioni all’indirizzo degli incauti acquisti della bisnonna: “quest’ughetta a l’è piccina”, “ u’ cedru u l’è seccu”. Si accendevano così chiassose baruffe che, per fortuna, come succede nei pollai, finivano subito mentre la bisnonna usciva di scena giurando, come ogni anno, che non si sarebbe mai più occupata della spesa. Tornava il silenzio rotto solo dai colpi sordi dell’impasto sulla madia. Lentamente, al momento in cui l’istinto glielo suggeriva, la nonna aggiungeva uvetta, pinoli, cedro e finocchio e, quando l’impasto, ormai pesante e lucido di burro, risultava omogeneo e compatto, ne faceva tante pallottole e le disponeva sulla madia a debita distanza una dall’altra. A quel punto, tutti erano ammessi nella “sacra camera” per guardare, proprio come si fa nei reparti di ostetricia, i nuovi nati. Così come i padri guardano ansiosi i loro pargoletti chiedendosi cosa serberà loro il futuro, allo stesso modo una domanda aleggiava sui volti guardando le lucide pallottole: lieviteranno? Ce la faranno a trasformarsi in quel profumato e gustoso pane natalizio? Il dilemma era palpabile e la nonna sembrava una mongolfiera nella tempesta! Allontanati imperiosamente tutti gli estranei al rito, con mosse esperte, chiudeva ermeticamente la finestra, accendeva il forno al minimo lasciando il portello aperto per surriscaldare l’ambiente e poi, con reverenza, copriva “i pargoli” con un lenzuolo e poi con un vecchio e sottilissimo plaid, serbato gelosamente per l’occasione. Quindi la nonna e Princy, che non si era mai mossa, uscivamo. La porta della cucina era chiusa e tutta la famiglia si metteva ad aspettare in silenzio. Ogni tanto s’udiva un urlo raccapricciante: “A’ porta!” Era la bisnonna che, scoperto papà intento a spiare sotto il plaid, lo buttava fuori in malo modo.

Già la sera s’inoltrava….

Ad un certo momento, la magica frase echeggiava: “u l’è pruntu”. Da lì, la serata era tutta una discesa: si alzava la temperatura del forno e, uno ad uno, i pargoli, diventati tronfi e gonfi, entravano in forno. All’uscita ognuno era sottoposto al giudizio della congrega che, solitamente, non era mai d’accordo su niente: “u’ l’è cruu” troppu cottu”, “bassu”, “nissu”, “pochi pignou”. L’unica che non parlava era Princy, troppo felice per criticare e troppo stanca per gioire. Tra un pandolce e l’altro si eran fatte le undici e, ubriaca di acqua di fior d’arancio, a quel punto veniva mandata a letto a sognare montagne di pinoli e pandolci giganti….

 E a quel punto, mentre la minestrina si era ormai asciugata, pensando a come la sua nipotina partecipava con gioia ed emozione alla preparazione di quel dolce, la nonna ebbe un’idea.  Svelta come una volta, andò nella dispensa a cercare i preziosi ingredienti, chiamò la bisnonna e la esortò perché corresse a comprare l’acqua di fior d’arancio e il rito cominciò. Ancora nella casa risuonarono i colpi della pasta sulla madia, ancora il calore del forno saturò la cucina, ancora papà fu scoperto a spiare la lievitatura.

Ancora caddè il silenzio mentre tutti aspettavano, questa volta, un duplice miracolo.

Poi, come ogni anno, il profumo dei magici pani riempì la casa: pian piano ogni cosa fu dolcemente assediata dall’aroma dei fiori d’arancio, dei pinoli tostati e dell’uvetta sultanina e anche la stanza di Princy ne fu presto invasa.

Mentre la bambina dormiva tranquilla, il profumo l’avvolse come un caldo abbraccio: s’insinuò tra i capelli, baciò i suoi occhi, entrò nella sua testa e scese nel cuore….

E il cuore di Princy fiorì, e sorretta dal magico effluvio, la bimba, finalmente, aprì gli occhi.

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21 pensieri su “Il pandolce fatato – parte seconda

  1. Da noi a Natale c’erano le pinze (pan dolce semplice, senza uvetta e pinoli) e le fritole, a base di mele cotte, cioccolata frutta secca:noci, nocciole mandorle, uvetta, scorza d’arancio e limone prima amalgamanto in un pastone tipo polenta, poi raffreddato fatto a palline e passato nella farina e poi fritto in tanto olio! superlativamente calorico e buonissimo. Passavamo più volte nel giorno in cantina dove riposavano mangiandole dalla grande terrina, che calava di giorno in giorno durante il periodo natalizio!

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  2. Com’è bello sognare con te Marina, ci si ritrova bambine, accanto alle nonne che profumavano sempre di cose buone, di mani lavate col marsiglia, di pane fatto in casa di rococò e mostaccioli, del cioccolato dei “calzoncelli” che inondava la casa unito a quello delle “tonde” abbrustolite per il croccante, e il pianoforte accompagnava il tutto con le pastorali Gregoriani, io che saltavo sul divano rosso, quello buono del salone grande…quanti ricordi piccola Princy, continua che voglio leggere queste tue bellissime storie e poi se te la senti ti narrerò un po’ delle mie ciao piccola, Buone Feste di cuore, a presto Sabina!;-)

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  3. Che auguri dolcissimi, con questa fiaba, Marina!
    I pandolci che ballano sono un’immagine molto divertente.. ma devono essere quelli alti, come quelli di casa tua.. quelli bassi si sgretolerebbero alla mimima mossa! ^______^
    Per conto mio, ne sgretolerò almeno uno.. ma non tutto da sola!

    (.. ot: ti sono arrivate le renne canterine? )

    Buone Feste a te e a tutta la Royal Family, Sweet Princy!

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      1. Ma certo.. apposta ho detto “non da sola”!
        Però quest’anno è di corvée mio figlio, mentre gli ultimi dodici lo è stata mia figlia: io, tutti gli anni prima, dal ’63.. ora è il mio turno, ma ormai ( v. Calvino.. ) i desideri sono già ricordi! *…^

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