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Calendario verdiano: 6 marzo 1853

429px-LadyoftheCamelliasLa traviata” : melodramma in quattro atti su libretto di Francesco Maria Piave, tratto dal romanzo “La dame aux camélias” di Alexandre Dumas figlio. Venezia, Teatro La Fenice, 6 marzo 1853.

 

Chiedo venia per l’evidente discrepanza temporale ma, visto che nel mese di aprile, non c’erano date significative per il mio Calendario Verdiano, ho deciso di dedicare uno spazio, più ampio del solito, all’opera forse più amata e conosciuta di Giuseppe Verdi: La Traviata.

Parlando di questo capolavoro che, dopo un insuccesso clamoroso, alla Fenice di Venezia, il 6 Marzo del 1853, non ha conosciuto, e conosce tuttora, che grandi successi, in ogni parte del mondo, non si può prescindere dall’opera letteraria da cui ha avuto origine: “La dame aux camélias” (1848) di Alexandre Dumas figlio. Come ho già detto in diverse occasioni, Verdi, nella ricerca di storie da musicare, si rivolgeva sempre alla grande letteratura europea (Hugo, Shakespeare, Schiller, ecc.) e “La signora delle camelie” è, senza dubbio, tra i romanzi più amati e discussi di sempre.

Ecco , quindi, qualche nota sull’autore e sulla giovane prostituta che gli ispirò il mitico personaggio.

Alexandre Dumas figlio nacque a Parigi il 27 luglio 1824, quando suo padre, Alexandre Dumas, autore di grande fama, tra i primopiano_alexandre_dumas_figliosuoi tanti lavori basta nominare “I tre moschettier” aveva appena ventidue anni. Frutto di un’avventura paterna, il bambino, passati i primi anni di vita, con la madre Catherine Labay, dopo il riconoscendo da parte di suo padre, crebbe , nell’indifferenza paterna ma, per fortuna, nell’affetto delle numerose amanti di lui. I rapporti tra padre e figlio furono sempre difficili per la vita turbolenza del padre che, spesso, coinvolgeva anche Alexandre nelle sue avventure. Nel settembre del 1844, l’amico Eugene Déjazet presentò al giovane Marie Duplessis, la cortigiana più famosa di Parigi. Bella e affascinante, la giovanissima Marie, il cui nome era, in realtà, Alphonsine Plessis, nonostante fosse di umili origini, aveva fatto, grazie alla sua cultura e sensibilità, una rapida carriera nell’ambiente mondano parigino, tanto che persino Franz Liszt se ne era invaghito. Malata di tisi, morbo che mieteva allora migliaia di vittime ovunque, dopo un breve e infelice matrimonio con il conte Perregaux,, abbandonata dagli amici e assediata dai creditori, Marie Duplessis morì il 3 febbraio 1847, a soli ventitré anni, nel suo appartamento di Boulevard de la Madeleine, a Parigi. Le sue spoglie riposano nel cimitero di Montmartre. Alla storia di questa sventurata s’ispirò Alexandre per scrivere il romanzo “ La dame aux camélias” e per trarne l’adattamento teatrale , che ottenne un grande successo e diede il via a una brillante carriera di drammaturgo. Fu eletto all’Accademia di Francia nel 1875 e morì il 29 novembre 1895 per una congestione cerebrale.

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Maria Callas e Luchino Visconti- La Scala 1955

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Eleonora Duse

Forse, senza rendersene conto, da una storia banale di prostituzione d’alto bordo, con la perizia di un grande scrittore e drammaturgo, Dumas aveva creato un mito. Una figura immortale di donna che ha ispirato musicisti, registi, attrici di cinema e di teatro, lasciando un’impronta profonda in tutti i mezzi artistici (letteratura, musica, cinema, pittura, anche televisione). La cortigiana parigina, coi più diversi nomi, da Margherita a Violetta, ha spinto le grandi dive dello spettacolo a cimentarsi in uno dei ruoli più difficili e desiderati dello spettacolo. Dalla Bernhardt alla Duse, dalla Garbo alla Callas, fino alle recenti varianti con Julia Roberts e Nicole Kidman, tutte hanno subito il fascino della bella Marie.

Anche Giuseppe Verdi, che ebbe modo di vedere il dramma sui palcoscenici parigini, s’innamorò del personaggio e…

 

continua…

 

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“Un bel tacer non fu mai scritto”

img1024-700_dettaglio2_Quirinale-Napolitano“Un bel tacer non fu mai scritto” me lo diceva sempre mia nonna per insegnarmi il valore del silenzio. E io l’ho imparato così bene, che la mia condizione di muta “obbligata” non mi pesa più di tanto: nel silenzio ho imparato a riflettere e a soppesare ogni affermazione possibile. Oggi, purtroppo, quest’atteggiamento, nella nostra società, basata su una comunicazione che si potrebbe definire estrema, non è molto praticato, e ognuno si sente in diritto (o in dovere?) di dire ciò che pensa su qualsiasi argomento. Ne nasce così una stolta cacofonia che rimbomba nei cervelli, rendendo ancor più difficile la riflessione e la comprensione dei fatti.

In questi giorni, assai complessi per il nostro paese, quando ci sarebbe bisogno di riflettere e ragionare per trovare una soluzione alla crisi economica e allo stallo istituzionale, i nostri partiti, invece, non trovano di meglio che gridare a squarciagola, avanzando, per il loro tornaconto di potere, critiche sguaiate all’indirizzo del Presidente Napolitano che, al netto di qualche errore umanamente possibile, è l’unico che si adopera, in modo quasi eroico, per mantenere in rotta la nave Italia che, diversamente, calerebbe a picco. Il quadro del nostro arco istituzionale, voluto comunque dagli elettori, è quanto mai desolante. Il Pdl, che si ostina a sostenere il totem Berlusconi, pensa solo a propinarci il Cavaliere come futuro Presidente della Repubblica, facendo immaginare la trasformazione del Quirinale in un club privè. Il Pd, come  sempre votato alla sconfitta, fa lo “gnorri” pensando ancora a un improbabile governo Bersani. Scelta Civica, con Fini sparito, Casini ridotto al minimo e Monti divenuto il fantasma di se stesso, si dibatte per non morire, mentre il “movimento” 5 stelle, che fa finta, di non essere un partito, sbraita e vomita insulti, credendo, davvero, di essere a Ballarò, senza collaborare a nessuna ipotesi di soluzione.

Ebbene, questi soggetti, tutti occupati a perseguire i loro interessi di parte, che in più di un mese, non sono riusciti a formare uno straccio di governo che ci permettesse di navigare nel mare tempestoso della crisi, ora si arrogano il diritto di criticare il Presidente che, senza entrare nel merito delle sue scelte, è l’unico che ha dimostrato un po’ di buon senso e, soprattutto, un’abnegazione certa verso la Costituzione e verso il paese.

Basterebbe solo un po’ di pudore, un minimo di vergogna, per far sì che tutti, proprio tutti, si tappassero la bocca, chinassero il capo e, soprattutto riflettessero sui propri errori, ripromettendosi, in futuro, un comportamento diverso.

Grazie Presidente Napolitano e si ricordi che i cani abbaiano, ma la carovana passa!

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Calendario verdiano: 11 marzo 1851

verdi-rigolettoRigoletto, su libretto di Francesco Maria Piave, tratto dal dramma Le roi s’amuse (1832) di Victor Hugo (Venezia, La Fenice, martedì 11 marzo 1851).

Con quest’opera terminano gli “anni di galera”, che avevano sottoposto Verdi a un lavoro massacrante: come già detto, le opere di questo periodo nascono, innanzi tutto, dalla necessità economica e dalla voglia di affermazione del maestro che, grazie a questi spartiti, può scandagliare e affinare le sue capacità di musicista e di drammaturgo. Con Rigoletto, l’arte verdiana raggiunge uno dei suoi vertici più alti grazie alla perfetta concatenazione drammatica, realizzata con altrettanto perfetto equilibrio dei mezzi musicali impiegati: la vendetta del buffone di corte, per l’oltraggio inflitto dal duca libertino alla figlia, ricade spaventosa su di lui tra lo scatenarsi degli elementi naturali in tempesta.  Ancora una volta, egli cerca la storia da musicare tra i grandi autori europei, suoi contemporanei, e la scelta cade sullo “scandaloso” dramma di Hugo, Le roi s’amuse, che Verdi considerava “il più gran dramma dei tempi moderni” mentre, di “Tribolet” (Rigoletto in italiano) diceva “è creazione degna di Shakespeare!”.

Anche in “Rigoletto”, oltre alla scelta inconsueta di avere come protagonista un uomo deforme nel corpo e nell’anima, Verdi analizza il rapporto tra i potenti e gli umili. Ma, proprio questa scelta sarà, per lui, fonte di dispiaceri. Tre mesi prima della data stabilita per l’esecuzione, la direzione del Teatro La Fenice ricevette la seguente comunicazione dalle autorità austriache:

3845869ab3fc5f28e8c2712cc6a7efe6[...] si deplora che il poeta Piave ed il celebre Maestro Verdi non abbiano saputo scegliere altro campo per far emergere i loro talenti che quello di una ributtante immoralità ed oscena trivialità qual è l’argomento del libretto intitolato La Maledizione.(Rigoletto)

A questo proposito il 5 dicembre 1850 Verdi scrisse al Presidente della Fenice:

La lettera arrivata col decreto che proibisce assolutamente La Maledizione [Rigoletto] mi è riuscita inaspettata al punto da perdere la testa [...] perché ora è troppo tardi per scegliere altro libretto, che mi sarebbe impossibile, affatto impossibile di musicare per questo Inverno. [...] Ora, sull’onor mio ripeto che mi è impossibile scrivere un nuovo libretto, quand’anche volessi occuparmi al punto da perdere la salute. [...] Il danno ed il dispiacere che mi provvengono da questa proibizione sono così grandi che io non ho parole per descriverli.

 La tenacia di Verdi ebbe il sopravvento e l’opera andò in scena ottenendo un grande successo. Se come musicista Verdi è, ormai affermato e riverito, Ssul piano personale, deve affrontare ancora alcune difficoltà che amareggianola sua esistenza. Trasferitosi a Villa Sant’Agata, a Busseto con Giuseppina con cui convive ormai da due anni,  si troverà circondati da un’atmosfera ostile che lo obbligherà a isolarsi sempre più. Comincerà in questo periodo a occuparsi attivamente dei suoi fondi, scavando pozzi artesiani, interessandosi di argini, di sementi, di mezzi e metodi di coltivazione (sarà il primo, anni dopo, a importare dall’Inghilterra le macchine agricole). Ma tutto ciò non basterà a fugare la morbosa curiosità dei suoi concittadini, tanto che Barezzi, suo suocero e benefattore, gli chiederà di legalizzare la sua unione con Giuseppina. Così Verdi rispose:

 In casa mia vive una Signora libera indipendente, amante come me della vita solitaria, con una fortuna che la mette al coperto di ogni bisogno. Né io, né Lei dobbiamo a chicchessia conto delle nostre azioni; ma d’altronde chi sa quali rapporti esistano tra noi? Quali gli affari? Quali i legami? Quali i diritti che io ho su Lei, ed Ella su di me? Chi sa s’Ella è o non è mia moglie? Ed in questo caso chi sa quali sono i motivi particolari, quali le idee da tacerne la pubblicazione? Chi sa se ciò sia bene o male? Perché non potrebbe anche essere un bene? E fosse anche un male chi ha il diritto di scagliarci l’anatema? Bensì io dirò che a lei, in mia casa, si deve pari anzi maggior rispetto che non si deve a me, e che a nessuno è permesso mancarvi sotto qualsiasi titolo; che infine ella ne ha tutto il diritto, e pel suo contegno, e pel suo spirito, e pei riguardi speciali a cui non manca mai verso gli altri.

 

In quell’anno

In Francia nasce la “Société Héliographique”, una delle prime società fotografiche al mondo, il cui compito è favorire lo sviluppo della fotografia e pubblicare la rivista “La Lumière”. La società dura solo un anno ma da essa nascerà la “Sociéte Française de Photographie”

Herman Melville pubblica Moby Dick o la balena bianca.

 Giuseppe Mazzini elabora un nuovo programma di azioni rivoluzionarie in Italia.

In Italia le varie autorità provvedono a sopprimere diversi giornali: l’Artista, il Lucifero, Il Montanaro, il Lombardo-Veneto, Era Nuova, La Società, Il Comune Italiano.

Le autorità veronesi diffidano i giovani che vestono “a modo di far risaltare i tre colori nazionali bianco, rosso e verde”.

A New York nasce il “New York Times

Fonti

http://www.artdreamguide.com/hist.htm

http://www.giuseppeverdi.it/default.asp

http://www.rodoni.ch/CORSOSUVERDI/cronologia.html

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Calendario verdiano: 19 gennaio 1853

giuseppe_verdiIl trovatore, su libretto di Salvatore Cammarano, completato, in seguito all’improvvisa morte di quest’ultimo, da Leone Emmanuele Bardare (1820-dopo il 1880), e tratto dal dramma El trovador (1836) di Antonio García Gutiérrez (Roma, Teatro Apollo, mercoledì 19 gennaio 1853). La versione francese del Trovatore, nella traduzione di Émilien Pacini e con il titolo Le trouvère andò in scena lunedì 12 gennaio 1857, al Théâtre de l’Opéra di Parigi.

Quello che incontriamo oggi, è un Verdi quarantenne, all’apice del successo e nel pieno delle sue capacità, un simbolo per l’Italia risorgimentale che, dopo il “Nabucco” (1842), ha eletto la sua musica a colonna sonora della liberazione dal giogo straniero. Ma egli è anche un uomo provato dal dolore: nel 1838 sono morti i suoi 2 figli, e nel 1840 muore anche la moglie, Margherita Barezzi, figlia del suo benefattore Antonio. Anche la madre è mancata nel 1851, ma, per fortuna, egli ha trovato, nel 1846, un nuovo amore, la cantante Giuseppina Strepponi, che diventerà, nel 1859, la sua seconda moglie.

Dopo i lunghi anni di lavoro duro, che il maestro definirà “anni di galera”, dal 1839 al 1853, Verdi dà alle scene i suoi tre grandi capolavori: “Rigoletto” (1851), La Traviata (1853) e “Trovatore” (1853).

Verdi, libero, ormai, da motivazioni economiche e di convenienza, può finalmente esprimere al meglio l’azione drammatica che si sublima costantemente nel gesto musicale, realizzando una forma di teatralità pura per la quale non esistono modelli o confronti. Ecco cosa scriveva Verdi, il 4 aprile 1852, al librettista Cammarano un’importantissima lettera, che mette in evidenza la laboriosa riflessione sull’evoluzione del suo stile musicale e drammaturgico:

“Voi non mi dite una parola se questo dramma vi piace. Io ve l’ho proposto perché parevami presentasse bei punti di scena, e sopratutto qualche cosa di singolare di originale nell’insieme. Se voi non eravate del mio parere perché non mi avete suggerito altro argomento? Per questo genere di cose è bene che poeta e maestro sentano all’unissono! In quanto alla distribuzione dei pezzi vi dirò che per me quando mi si presenta della poesia da potersi mettere in musica, ogni forma, ogni distribuzione è buona, anzi più queste sono nuove e bizzarre, io ne sono più contento. Se nelle opere non vi fossero né Cavatine, né Duetti, né Terzetti, né Cori, né Finali etc. etc., e che l’opera intera non fosse (sarei per dire) [che] un solo pezzo, troverei più ragionevole e giusto. Per questo vi dirò che se si potesse evitare nel principio di quest’opera il Coro (tutte le opere cominciano con un Coro) e la Cavatina Leonora, e cominciare addirittura col canto del Trovatore e fare un sol atto dei due primi, sarebbe bene, perché questi pezzi così isolati con cambiamento di scena a ciascuno pezzo m’hanno piuttosto l’aria di pezzi da concerto che d’opera. Del resto fate quanto stimate bene. Quando si ha un Cammarano non si può che far bene.”.

 L’opera andò in scena trionfalmente al Teatro Apollo di Roma il 19 gennaio 1853 e subito fu considerata il capolavoro che realmente è e negli anni che seguirono immediatamente alla prima romana fu eseguita in tutto il mondo. Alcuni critici tuttavia, lamentarono l’abbandono del bel canto per richiedere agli esecutori tessiture impossibili, e molti trovarono da ridire sugli aspetti violenti e sinistri che gravano sulla trama de Il trovatore. “Dicono” scriveva Verdi alla Contessa Maffei ” “che quest’opera sia troppo triste e che vi siano troppe morti. Ma infine nella vita tutto è morte! Cosa esiste?…”.

In quegli anni

Tentativi insurrezionali mazziniani a Milano, in Lunigiana e nel Cadore

Al Caffè dell’Onore di Firenze cominciano a incontrarsi alcuni degli artisti che costituiranno il gruppo dei cosiddetti “Macchiaioli”

A Londra nasce la “The Photographic Society”, istituzione con lo scopo di promuovere l’arte e la tecnica della fotografia. Nel 1874 diventerà la “Photographic Society of Great Britain

Il 30 marzo, a Zundert (Olanda), nasce Vincent van Gogh (m. 1890), pittore olandese, massimo esponente del Post-impressionismo

Fonti

http://www.artdreamguide.com/

http://www.rodoni.ch/CORSOSUVERDI/cronologia.html

http://www.treccani.it/

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Ricordi....

Ribloggato da La pagina di Nonnatuttua:

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E’ presto ma fuori è già buio, mi preparo una tazza di tisana di quelle che già sanno di Natale…..arancio e cannella, e mi lascio andare ai ricordi….

I primi di dicembre mamma tirava giù dal mobile lo scatolone del Presepe: noi tre sorelline, intorno al tavolo, aspettavamo che l’aprisse e che i personaggi venissero fuori – ognuno incartato in un pezzo di giornale perché non si sciupassero (non erano di plastica!) – e per ognuno c’era un saluto….

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L' atmosfera e i ricordi di un dolcissimo Natale!

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Il Barbiere di Siviglia al Teatro Verdi di Trieste: le versioni alternative di "Largo al factotum".

Ribloggato da Di tanti pulpiti.:

Un'opera importante e famosa come Il Barbiere di Siviglia merita un approfondimento, perciò ho pensato di indagare qualche versione meno nota della cavatina di Figaro in attesa delle recite al Teatro Verdi di Trieste.

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Buon divertimento!

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Voglio arrivarci viva [recensione]

Ribloggato da Diegod56's Blog:

La natura dell’Homo sapiens è inscindibilmente biologica e culturale, anche nel senso della naturale artificialità di un umano protesico, ibridato con gli enti/strumenti da lui stesso prodotti e soprattutto con la dimensione primaria e fondante che è il linguaggio.
(A.G.Biuso, Dispositivi semantici, Villaggio Maori Edizioni, p. 43)

Non ero molto bravo in geografia, ma un argomento, per qualche motivo, era il mio forte: i Polder olandesi.

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“STAND MY ME” in versione “da strada”

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STAND MY ME in versione “da strada”

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“Quasi amici” : le facce vere

Qualche giorno fa, ho letto, su FB, che la storia raccontata nel bel film francese “Quasi amici” , di Olivier Nakache, Eric Toledano, è inverosimile e buonista. Io ho visto il film e, vi assicuro, per esperienza personale, che non vi è nulla di irreale o di inutilmente commovente. Il film narra la storia del ricco paraplegico Philippe che, per un caso, assume come badante il giovane Driss scapestrato e disoccupato. Tra i due, nasce però una grande complicità e amicizia, arricchendo entrambi di nuovi valori. Philippe imparerà ad affrontare e godere la vita in ogni piccola cosa e Driss capirà il valore della salute e dell’onestà.

Detto così, sembra davvero inverosimile ma, come sempre, la realtà supera la fantasia, è la storia è così vera che la TV francese le ha dedicato un trasmissione , nella quale si possono vedere gli attori, François Cluzet, Omar Sy, e i personaggi reali, Philippe Pozzo di Borgo e l’algerino Abdel.

La vita offre sempre soluzioni imprevedibili, e questa improbabile amicizia ne è la prova più evidente: solo chi non ha la capacità di credere ancora nelle grandi capacità dell’animo umano, fa fatica ad accettare questo miracolo.

Qui un bell’articolo, uscito su TU STYLE, di Roselina Salemi, che ha intervistato anche me sull’argomento. Tu Style – 13 marzo

Nel video, la prima parte del servizio della Tv francese.

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“Tre donne”: racconto per l’8 marzo

Salirono per le terrazze, poi per altre scale. Lontano, nello scorcio di mare, s’alzava, tra fiamme rosa, il mosaico della sera. Entrarono nei vicoli. Ancora quattro passi, e anche la piazza era percorsa. Non c’era anima viva. Sui sedili di pietra, qualche foglia d’ulivo accartocciata. Due mani erose, e tagliate ai polsi, si stringevano sulla lastra della fontana. Il paese un tempo, a dispetto del nome, doveva essere abitato da gente mite.”…..

Emma chiuse il libro e lo appoggiò sulle gambe provandone la solita strana sensazione: ne avvertiva il peso ma non il contatto. Voltò la faccia e guardò verso il mare increspato dal vento: nella piazzetta non c’era nessuno e quel luogo, così ben descritto da Biamonti nel suo romanzo, non era molto diverso da quello che lei aveva conosciuto dieci anni prima. L’unica differenza era che, ora, si poteva arrivare lassù comodamente con l’automobile, senza arrampicarsi per vicoli, scale e terrazze come, del resto, aveva fatto anche lei in quella sua unica visita: oggi, con la sedia a rotelle, non sarebbe mai potuta arrivarci. Erano molti i luoghi dove, dopo l’incidente, non poteva più andare ma, con il suo carattere orgoglioso e volitivo, si era adeguata subito, senza rimpianti…o quasi. Anche la sua casa da single, faticosamente custodita dalle rovine di un divorzio, era stata abbandonata perché inadeguata ad ospitare la sua inseparabile compagnia a ruote: nuova edilizia, metrature a misura di handicap, trasloco, scatoloni, ricordi e, invariabilmente, bilanci. Emma non era solita guardarsi alle spalle, non amava i rimorsi, non aveva rimpianti: da sempre, quando la vita la metteva a un bivio, rimaneva immobile, per un po’, guardando in tutte le direzioni poi, scandagliata ogni possibilità, prendeva una via e non si voltava più indietro. Quel giorno, però, qualcosa era successo e, chiaramente, la colpa era di Biamonti: quel “Vento largo”, con la sua copertina un po’ sgualcita, si era messo di traverso sulla strada che la portava verso la nuova casa e, forse, verso una nuova vita, e, nel tramestio delle scatole e dei ricordi, l’aveva costretta a fermarsi. Per chi la conosceva bene, la cosa non doveva sembrare strana poiché lei, con i libri, ci aveva convissuto da sempre: li aveva sempre comprati con trepidazione girando per austere librerie e affollati mercatini, li leggeva con rispetto e poi li riponeva con cura nelle sue librerie, disseminate in tutta la casa. Ora, a quarant’anni, li scriveva anche lei ma, i suoi, le sembravano sempre meno belli, meno importanti, di quelli degli altri. Il fruscio delle pagine scosse dal vento la fece trasalire e, istintivamente, afferrò la copertina per evitare che il libro cadesse e, in quel gesto, scoprì, inavvertitamente, una dedica, appena sbiadita dai suoi vent’anni: “Con eterna amicizia. Anna”. Ricordò che, allora, quelle parole le erano sembrate troppo impegnative: “eterna” sembrava un termine da melodramma, non adatto ad un’amicizia tra ragazze, mentre oggi appariva grottesco e solo presago di sciagure.

Le voci di tre giovani donne la fecero voltare verso la scalinata: Emma le vide, le riconobbe e, subito, capì che, come nei film, era il momento del suo flash-back e vi si abbandonò senza reticenze. Fissò lo sguardo su quelle tre figure e rivide se stessa e le sue amiche, come se tanti anni non fossero passati.

Vide Anna che veniva avanti, per prima, e dietro, lei stessa e Carla che parlavano fitto: Anna cantava un’aria da, “L’elisir d’amore” di Donizetti, che stava studiando nel suo lungo e appassionato studio per diventare una cantante lirica. Una di quelle dive, come diceva lei, che girano il mondo da un teatro all’altro, seguite da stuoli di ammiratori tremebondi. Anna, a vent’anni, si sentiva già diva e, arrivati i primi contratti, aspettava solo l’arrivo del suo principe azzurro, o meglio, visto che viveva in un mondo popolato di trovatori, cavalieri ed eroi, attendeva fiduciosa il suo Manrico.

- Hai finito con ‘sta lagna? Non potresti cambiare opera? – l’apostrofò Carla, afferrandola di sorpresa per il collo.

- Cosa vuoi che ti canti? Il “Rigoletto” così puoi pensare a….lui? – si difese Anna, divincolandosi.

Il volto di Carla s’illuminò aprendosi ad un sorriso che sembrò illuminare quell’umido pomeriggio autunnale: bella e statuaria, Carla le superava in altezza e fascino ma, nonostante una lunga e inesauribile fila di ammiratori, palpitava solo per il suo bel baritono, conosciuto al conservatorio, dove studiava pianoforte.

- Guardate, vi faccio vedere una cosa…- mormorò slacciandosi la giacca e lasciando intravedere una candida maglietta sulla quale spiccava il ritratto del suo bello.

- Ma, allora, sei proprio persa? – si sentì dire Emma.

Dalla sua sedia, si osservò con curiosità e, senza essere morbosa, concluse che, ruote a parte, non era poi troppo invecchiata: adesso c’era qualche capello bianco, e qualche ruga ma, per trovarli, bisognava aguzzare ben bene la vista, avvicinarsi fin quasi a specchiarsi dentro le pupille di quelle tre figure che si erano miracolosamente materializzate dai suoi ricordi. Senza accorgersene, Emma si era mossa verso la sua automobile, parcheggiata lì accanto, e il suo viso si rifletteva nello specchio retrovisore: le bastò un’occhiata per capire e non riconoscersi più. Non i capelli, non le rughe e neanche le sue gambe morte la dividevano da quelle tre figure: ciò che la rendeva diversa e irriconoscibile era lo sguardo.

Con coraggio guardò negli occhi di quella che era vent’anni prima e ci trovò le speranze della sua gioventù: l’amore per un uomo creduto perfetto, la passione per una carriera universitaria appena iniziata, il desiderio di avere dei figli e una vita piena di affetti. Evitò di riguardarsi nello specchio umido di brina: sapeva che non avrebbe trovato nulla, proprio nulla, di quel che avrebbe dovuto esserci e, per distogliersi da sé cercò nello sguardo di Carla che le passava davanti gridando “Enrico, amore mio!”. Nei suoi occhi d’allora c’era la gioia d’amore e l’attesa sognante di una vita dedicata alla musica: oggi, single per scelta e per rabbia, donna in ascesa politica, Carla non suonava più il pianoforte perché non ne aveva né tempo né voglia.

Le tre figure si avvicinarono ancora ed Emma non seppe resistere ed allungò la mano per afferrare qualcosa, per toccarle: un boato improvviso riempì l’aria scura di nuvole e il libro le sfuggì di mano cadendo sui ciottoli della “crousa”. Una mano minuta e guantata si affrettò a raccattarlo ed Emma si trovò davanti la faccia di Anna: viso greco, capelli neri, bocca carnosa, occhi scuri e profondi, pieni di attese. La musica, la grande carriera, il grande amore: nulla era mutato in lei, non c’era delusione, non c’era dolore né solitudine.

- Le è caduto questo, signora. – mormorò gentilmente.

- Grazie….- rispose Emma automaticamente, vedendola sparire dietro l’angolo della chiesa.

Il campanile suonò le sette ed Emma capì che il sogno era finito e che il tempo dei ricordi era ormai scaduto. Cominciò a piovere e, raggiunto faticosamente il sedile dell’auto, girò la chiave e accese il motore. Come accadeva spesso, poiché dimenticava sempre di spegnere la radio, insieme al motore, partì una musica squillante: la voce di un trovatore intonava una stentorea “Pira”. Con uno scatto di nervi, lasciò l’acceleratore a mano posto sul volante e spense la radio.

Niente musica, niente ricordi, per quel giorno ne aveva abbastanza! Non era abituata guardarsi indietro e non le era piaciuto quel che aveva visto nei propri occhi e in quelli di Carla….

Ad Anna, poi, non doveva pensare, mai, e lo sapeva.

Non doveva pensare al matrimonio di lei con il suo eroe, violinista innamorato; non doveva pensare all’improvviso svenimento a quella prima recita importante,; non doveva pensare alle interminabili visite mediche, alla terribile prognosi, alla devastante chemioterapia, alla fuga ignobile del sue eroe a pochi giorni dalla sua morte.

Per fortuna, nei suoi occhi non era rimasto nulla: solo musica ed eroi che corrono nel vento.

Per quel giorno era meglio chiudere il libro.

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