“… i contadini, gli operai, i commercianti, la classe media, tutti sono testimoni… Invece loro preferiscono non parlare di questi 13 anni passati, ma solo degli ultimi sei mesi… Chi è il responsabile? Loro! I partiti! Per 13 anni hanno dimostrato cosa sono stati capaci di fare. Abbiamo una nazione economicamente distrutta, gli agricoltori rovinati, la classe media in ginocchio, le finanze agli sgoccioli, milioni di disoccupati… sono loro i responsabili! Io vengo confuso… oggi sono socialista, domani comunista, poi sindacalista, loro ci confondono, pensano che siamo come loro. Noi non siamo come loro! Loro sono morti, e vogliamo vederli tutti nella tomba! Io vedo questa sufficienza borghese nel giudicare il nostro movimento. Mi hanno proposto un’alleanza. Così ragionano! Ancora non hanno capito di avere a che fare con un movimento completamente differente da un partito politico… Noi resisteremo a qualsiasi pressione che ci venga fatta. È un movimento che non può essere fermato. Non capiscono che questo movimento è tenuto insieme da una forza inarrestabile che non può essere distrutta. Noi non siamo un partito, rappresentiamo l’intero popolo, un popolo nuovo”.
L’opera “Un ballo in maschera” era stata scritta per il Teatro S. Carlo di Napoli ma Verdi, non nuovo a queste difficoltà, si trovò a dover combattere con gli ostacoli frapposti dalla censura. Il soggetto, di origine storica, trattava dell’assassinio di Gustavo III di Svezia a un ballo mascherato nel 1792. Per aggirare i problemi di censura, che non volevano che si rappresentasse l’omicidio di un re, dati i moti rivoluzionari dell’epoca, Verdi e Somma sarebbero stati anche d’accordo a spostare l’azione dalla Svezia del diciottesimo secolo alla Pomerania del diciassettesimo secolo, e a cambiare il titolo da Gustave III in La vendetta in domino. ma il censore rifiutò ugualmente il permesso e il caso finì in tribunale . Verdi sciolse il contratto e si rivolse altrove. A Roma, infatti, la censura papale approvò il libretto, imponendo che il dramma non si svolgesse in un paese non europeo. Verdi e Somma, dopo aver considerato vari paesi, compreso il Caucaso, scelsero infine Boston, in periodo antecedente alla guerra americana d’indipendenza. Ecco cosa scriveva il Maestro:
Da Roma ho ricevuto le varianti al Ballo in maschera. Somma mi scrive che ne è “nauseato” (la parola non è gentile) ed io lo sono più di lui! Ma cosa doveva io fare? Voleva che io protestassi e facessi una lite come l’anno scorso? Una seconda lite sarebbe stata scandalosa e ridicola! Certo che pel teatro bisogna fare dei sacrifizi, e chi non ha questo coraggio è inutile che si metta alla dura prova.
E la prova fu dura, tanto da far sognare al musicista l’addio alle scene. Curare le sue terre e i suoi animali, erano le uniche cose che lo interessavano,come testimonia Giuseppina in una lettera:
[...] Quanto a Verdi, egli ha una salute da spiantato (fate le corna) ed è degno per il suo colore di andare nelle colonie a piantar canne da zucchero. Io vi posso giurare che in questi mesi non ha scritto una nota! [...] Ora comincia a dar qualche occhiata sinistra al cartolare del nuovo spartito, che quasi certamente si darà a Roma. Spero nel cattivo tempo e nell’impossibilità di uscire, perché ritrovi il bisogno di riprendere la penna.
Ma, fortunatamente per noi e per il melodramma, gli avvenimenti di quell’anno (riportati in dettaglio più sotto) contribuirono a dar nuovo vigore al patriota Verdi. L’Italia era, infatti, percorsa da tumulti e squilli di tromba che preannunziavano l’imminente unità. Il grido “Viva Verdi!” impazzava ovunque mentre la seconda guerra d’indipendenza mieteva vittorie e, purtroppo, caduti. Il 20 giugno Verdi redasse una sottoscrizione a favore dei feriti e delle famiglie dei caduti. alla quale contribuì con un’offerta di 25 napoleoni d’oro. Ma, il 12 luglio, Napoleone firmava il trattato di Villafranca, che portava la pace, lasciando però Venezia ancora in mani austriache. Verdi ne fu colpito e disgustato.
“E dov’è dunque la tanto sospirata e promessa indipendenza d’Italia? “Cosa significa il proclama di Milano? O che la Venezia non è Italia? Dopo tante vittorie, quale risultato! quanto sangue per nulla! quanta povera gioventù delusa! E Garibaldi che ha perfino fatto il sacrificio delle sue antiche e costanti opinioni in favore d’un Re senza ottenere lo scopo desiderato! C’è da diventar matti.
Ma l’amore per l’Italia fu più forte di ogni delusione, alla fine, anche Verdi, fervente repubblicano già dal ‘48, diventò un leale suddito di Vittorio Emanuele.
In quell’anno
Seconda guerra d’indipendenza italiana. Vittorie franco-piemontesi a Montebello, Palestro, San Fermo, Magenta, Solferino e San Martino Insurrezione nel granducato di Toscana, abbandono di Leopoldo II e nascita di un governo provvisorio guidato da Bettino Ricasoli, sotto il protettorato militare del Piemonte. Insurrezioni a Parma, Modena e Bologna e nascita di governi guidati rispettivamente da Giuseppe Manfredi, Luigi Carlo Farini e Leonetto Cipriani
Armistizio di Villafranca tra Napoleone III e l’Austria. Vittorio Emanuele II aderisce alle clausole dell’armistizio, in base alle quali il Piemonte acquisisce la Lombardia, ma non Venezia. Cavour si dimette, in dissenso con l’adesione del re all’armistizio di Villafranca,
A Firenze nasce “La Nazione“, secondo quotidiano italiano, diretta da Leopoldo Cempini
Ieri, a Genova, è stato “gambizzato” Roberto Adinolfi, ad di Ansaldo nucleare: i fantasmi delle BR e dei loro “metodi”, riaffiorano in chi ha vissuto quei giorni di terrore.
“Autobus n.15” l’ho scrissi quando, qualche anno fa, vennero arrestati e condannati i componenti delle nuove BR
Autobus n. 15
L’autobus numero 15 correva verso Nervi e, tutte le mattine, portava al lavoro il Commissario di Polizia Antonio Esposito ucciso, il 21 giugno 1978 dalle Brigate Rosse, mentre scendeva dal bus. L’autobus numero 15 correva verso Nervi e finita la scuola, quasi tutte le mattine, io lo prendevo per andare al mare. L’ora non combinò, per fortuna e, anche quel giorno, passai una giornata di svago insieme agli amici: non esistevano, allora, telefonini e computer che potessero informarci, e, solo il tg della sera mi mostrò, nell’insulso formato tessera, il viso dell’ucciso. Quel volto non mi diceva nulla ma il pensiero che, magari per un soffio, avevo evitato l’incontro con lui e con i suoi assassini, mi diede un brivido, un sommesso tremore interno che, per qualche giorno, mi fece esitare un attimo prima di agguantare il “15” che mi portava ai bagni. Fu cosa di pochi giorni perché, negli anni di piombo, non ci si poteva permettere d’avere paura. Eravamo abituati: abituati ai rapimenti, alle gambizzazioni, alle uccisioni, ai volantini, alle stragi, alle bombe sui treni e nelle piazze, alle sigle più improbabili inneggiati alla lotta armata di destra e di sinistra.
Genova poi, si sapeva, era uno dei punti di riferimento della lotta armata contro lo stato e, in una città così piccola, in fondo, ci si conosce tutti: Guido Rossa, sindacalista ucciso dalle BR nel gennaio del ‘79 del frequentava la spiaggia dove andavo io e sua figlia, oggi senatrice, faceva parte della mia compagnia. La notizia della sua morte arrivò presto, mentre ero a scuola e, la suora che c’informò, Dio la perdoni, aggiunse: “Un comunista in meno…” A questa battuta non mi sono mai abituata.
Oggi ritornano i volantini, i kalashnikov e le P38 nelle mani di ragazzetti che non erano neppure nati quando noi, ogni giorno, ci chiedevamo: “A chi toccherà, oggi?”. Noi conoscevamo a menadito nomi e luoghi e avremmo potuto recitare a memoria una litania di morte: Sossi, Coco, Montanelli, Italicus, Piazza della Loggia, Curcio, Moretti, Fioravanti, Moro. Nomi e immagini che si affollano di nuovo nelle nostre teste “abituate” ma che, per loro, sono solo ideali fantasmi che, forse, nessuo ha saputo o voluto raccontargli.
La bambina stava là, di fronte al video sfuocato e grigiastro, che mandava incessantemente quelle immagini terribili. All’epoca non c’erano “bollini” gialli o rossi che avvisassero i famigliari, che la trasmissione non era adatta ai minori. Del resto, tutta la famiglia era riunita davanti alla scatola magica che vomitava parole e immagini devastanti: strage, morti, feriti, bomba, bomba, bomba.
La bimba non lo sapeva ma, quel pomeriggio, era cominciata in Italia, la guerra di stato: come un fuoco incontrollabile, il terrorismo nero e quello rosso, avevano dichiarato guerra alla democrazie e, in più di 10 anni, centinaia e centinaia sarebbero state le vittime di questa guerra non dichiarata ma fratricida. Militari, poliziotti, magistrati, giornalisti, politici, sindacalisti e persone comuni che, inconsapevoli, si trovavano coinvolti in attentati e sparatorie.
La bambina, di soli nove anni, seguì, come tutti, giorno per giorno i telegiornali e con sollievo, seppe che era stato fermato un testimone molto importante: l’anarchico Giuseppe Pinelli. Naturalmente la bimba non conosceva il significato di molte parole che sentiva ripetere ma, nella sua piccola mente credeva che, arrestato quell’uomo cattivo, i poliziotti lo avrebbero messo in prigione, portando nuovamente pace e tranquillità .
Ma la guerra non è mai prevedibile: 3 giorni dopo la strage, Pinelli precipitò da una finestra della Questura, durante uno dei lunghi interrogatori a cui era sottoposto, da 72 ore.
La morte, ufficialmente, fu attribuita ad un malore.
La tv lo comunicò laconicamente e Pinelli restò, per sempre, invischiato in quella strage di cui, probabilmente , sapeva ben poco.
La bimba, restò pensierosa, per un attimo, poi chiese:
“Ma i poliziotti, che devono difendere la gente, non potevano stare attenti?”
La bambina ero io e il nome di Pinelli non l’ho più dimenticato.
Ci sono dei momenti nei quali ci sarebbe molto da dire ma, stranamente il mio cervello non riesce a compitare nulla. Forse perché la mia estate è stata piena di attività e molto concentrata sulla stesura del nuovo libro ma, molto più probabilmente , perché tutti gli argomenti meriterebbero di parlarne e non riesco a sceglierne uno.
La lista è infinita e stuzzicante : Penati o Tarantino, le 4 versioni della manovra finanziaria , gli evasori fiscali, Berlusconi ricattato, i sindacati in lotta, i sindaci in rivolta, l’euro che traballa, i “giovani” del PD, la corruzione diffusa, Lavitola in Brasile, Gheddafi e i suoi figli, i precari, i calciatori che scioperano, o l importantissima maternità della Marcuzzi?
Marcuzzi a parte, ovviamente , la situazione del nostro paese è talmente intricata che ho l’impressione che, dire qualcosa, sarebbe come dare una spinta a chi stia sull’orlo di un burrone, perciò me ne sto zitta e, se potessi, vorrei trattenere il respiro, nell’attesa che accada qualcosa che ci aiuti ad uscire da questo pantano.
Qualche giorno fa, ho letto il motto del primo battaglione dei kamikaze giapponesi e l’ho “appuntato” sul mio desktop: sarebbe opportuno, credo, metterlo in pratica, più spesso.
il dovere è pesante come una montagna, la morte è leggera come una piuma
Sapete cosa fa una signora di 88 anni con un giovanotto molto in gamba? Non pensate male, fa la Tv! Su DeaKids, Margherita Hach e Federico Taddia, su DeaKids, spiegano lo spazio ai bambini e… pure agli adulti! Qui, una puntata.
La guerra che, ormai, non si chiama più così ma e diventata “missione di pace”, ha imparato, ligia al costume di cambiare le parole per addolcirne i contenuti, anche a darsi dei nomi epici e altisonanti come, per esempio, “Desert Storm“.
Adesso abbiamo “Odissea all’alba”.
A parte che questa moderna Odissea è iniziata alle 17,45 di sabato 19 Marzo, che, come direbbe Di Pietro, non “c’azzecca” con l’alba, viene il dubbio che anche con l’astuto Odisseo c’azzecchi poco. Gli unici motivi, infatti, che, sembrano accomunare il viaggio di Ulisse a questa ennesima “missione di pace”, è il fatto che entrambi hanno come teatro il mar Mediterraneo e che, c’è una totale insicurezza su come gestire i fatti che ne deriveranno.
C’è solo da sperare che, chi ha scelto questo fantasioso nome, non volesse riferirsi ai 10 lunghi anni passati da Ulisse a vagabondare per il mare nostrum.
Sono Marina, classe '60, e, dal 2002, vivo grazie ad un respiratore che uso 24 ore su 24. Io non mi muovo, non parlo ma, grazie al mio pc, COMUNICO! Scrivo libri, articoli, mi occupo di sociale, di politica, di musica e di molto altro. Insomma, IO VIVO!