Tra tutte le prime pagine dei quotidiani di oggi, tutte dedicate all’elezione del nuovo Papa Francesco, la più interessante, a mio parere, è quella de “Il Secolo XIX” di Genova, che ritrae il nuovo pontefice che s’inchina davanti ai fedeli, che pregano perché Dio benedica il loro nuovo pastore.
Il significato che l’elezione di questo Papa, timido, povero e sobrio ma fermo nella fede, ha, per il mondo cattolico, è stato spiegato, dibattuto e scandagliato nelle innumerevoli ore di diretta televisiva, e mi pare inutile rimarcarlo. Fatto sta che in quest’uomo, venuto dalla “fine del mondo” (sia in senso geografico sia in quello storico, riferendosi al periodo odierno, caratterizzato da grandi cambiamenti sociali), tutti vogliono vedere il rinnovamento della Chiesa, che si affida a un cardinale, sicuramente, diverso dai suoi confratelli porporati. Il nome scelto, Francesco, ci parla di umiltà, povertà e semplicità e radicalismo, e, a quanto dice la sua biografia e chi l’ha conosciuto, queste sono le peculiarità che hanno contraddistinto il suo ministero.
Questa mattina, dunque, su tutti i media, ognuno si affrettava ad assicurarsi un “pezzetto” di Papa, vantando le radici del Pontefice nella propria terra. Persino la Liguria, e più precisamente, la Val Fontabuona, sbandiera le origini liguri della madre di Jorge Mario Bergoglio. Tutti lo vogliono e tutti aspettano da lui, definito da molti “progressista”, un generale rinnovamento della Chiesa ma, proprio su queste attese credo sia opportuno mettere un freno.

Val Fontanabuona
“Il Manifesto” titola, oggi, “Non è Francesco” e, mi pare, al di là delle tendenze politiche della testata, un invito a mitigare le aspettative di libertà che questo Papa sembra incarnare. Non dimentichiamo che il nuovo Papa è un gesuita e che quindi, come tale, porta con sé i valori della potente Compagnia di Gesù, dedita soprattutto all’evangelizzazione e alla diffusione del cattolicesimo nei suoi valori più profondi ma assolutamente rigidi. Non a caso, infatti, Bergoglio ha sempre combattuto contro quelle forze politiche che si battevano per tutti quei diritti che, oggi, anche molta parte dei cattolici ritiene importanti. Queste posizioni intransigenti, verso l’aborto, le coppie gay, i divorziati, e il fine vita, non permettono, quindi, di sperare in un rinnovamento della Chiesa verso l’accoglienza di questi cattolici, certamente diversi, ai quali è concessa, al più, secondo quanto affermato dal Cardinal Bergoglio, comprensione e misericordia.
La stessa intransigenza, però, può farci ben sperare in qualche cambiamento, magari radicale, nei costumi della Curia, sempre più corrotta e dedita a “pratiche inappropriate”, sia dal punto di vista morale che finanziario. Scegliere il nome di San Francesco che per i lunghi contrasti col papato dell’epoca, può quasi definirsi un “rivoluzionario”, è un atto di coraggio che metterà a dura prova il nuovo Vescovo di Roma.
Habemus Papam… ora dobbiamo solo aspettare e sperare
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