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Calendario verdiano: 13 giugno 1855

lib-31“I vespri siciliani” .Dramma in cinque atti su libretto di Eugène ScribeCharles Duveyrer tradotto in italiano da Arnaldo Fusinato. Prima rappresentazione all’Opéra di Parigi , il 13 giugno 1855

Nell’ottobre del 1853, Verdi e Giuseppina andarono a Parigi perché il Maestro doveva comporre “Les vêpres siciliennes.” Appena uscito dal fiasco veneziano di Traviata, Verdi era, come sempre, tormentato dal suo amore per la musica e dal suo astio per la mondanità e, sovente, minacciava di ritirarsi “a piantar cavoli!”.

In quello stato d’animo, il 1º gennaio 1853, aveva scritto a Cesare De Sanctis:

Non desidererei meglio che di trovare un buon libretto e quindi un buon poeta (ne abbiamo tanto bisogno) ma io non vi nascondo che leggo mal volentieri libretti che mi si mandano: è impossibile, o quasi impossibile che un’altro indovini quello che io desidero: io desidero sogetti nuovi, grandi, belli, variati, arditi…, ed arditi all’estremo punto, conforme nuove etc. etc. e, nello stesso tempo, musicabili… Quando mi si dice: ho fatto così, perché così han fatto Romani, Cammarano, etc., non s’intendiamo più: appunto perché così han fatto quei grandi, io vorrei si facesse diversamente.

E Antonio Somma

Trovo che la nostra opera pecca di soverchia monotonia, e tanto, che io rifiuterei oggi di scrivere soggetti sul genere del Nabucco, Foscari etc. etc… Presentano punti di scena interessantissimi, ma senza varietà. È una corda sola, elevata se volete, ma pur sempre la stessa. E per spiegarmi meglio: il poema del Tasso sarà forse migliore, ma io preferisco mille e mille volte Ariosto. Per l’istessa ragione preferisco Shacspeare [sic] a tutti i drammatici senza eccettuarne i greci. A me pare che il miglior soggetto in quanto ad effetto che io m’abbia finora posto in musica (non intendo parlare affatto sul merito letterario e poetico) sia Rigoletto. Vi sono posizioni potentissime varietà, brio, patetico: tutte le peripezie nascono dal personaggio leggero, libertino del Duca: da questo i timori di Rigoletto, la passione di Gilda etc. etc. che formano molti punti drammatici eccellenti, e fra gli altri la scena del quartetto, che in quanto ad effetto sarà sempre una delle migliori che vanti il nostro Teatro.

 

Il contratto per “Les vêpres siciliennes”, che scrisse quasi interamente a Parigi, nel 1854, lo trovò, quindi, maldisposto e senza nessun entusiasmo. Non amando la mondanità, non amava Parigi e, per tutto il soggiorno francese non ebbe che un solo desiderio: tornare a casa!“Io amo troppo il mio deserto e il mio cielo”. Le prove iniziarono in ottobre, ma vennero interrotte dalla fuga del soprano, l’eccentrica tedesca che si faceva chiamare Cruvelli. Verdi, smanioso di rientrare in Italia, chiese addirittura lo scioglimento del contratto ma, sfortunatamente per lui, la cantante rientrò e le prove, estenuanti e lunghissime, ripresero. Del resto, scrivere e rappresentare secondo i crismi del grand opéra non era cosa facile. Secondo Meyerbeer e Scribe, teorizzatori del genere, i libretti dovevano incentrarsi su soggetti a sfondo storico, con forti contrasti passionali, le scene dovevano essere spettacolari, con l’impiego di numerose comparse, cortei, sfilate e balletti. Ai cori era affidato un ruolo di primaria importanza, e l’orchestra doveva avere da un organico fortemente ampliato.

Proprio nei riguardi di Scribe, Verdi non fu tenero:

 È nello stesso tempo desolante e umiliante per me che il signor Scribe non si dia la pena di porre e198a6b094cb087a14eee4ae322acd50

rimedio a questo quinto atto, che ognuno è concorde nel trovare privo di interesse. [...] Se avessi potuto sospettare in lui tale sovrana indifferenza, sarei rimasto al mio paese, dove, in verità, non mi trovavo male! [...] Speravo che il signor Scribe avesse avuto la compiacenza di farsi vedere qualche volta alle prove per rimediare a alcuni inconvenienti di parole, di versi difficili o duri a cantare; per vedere se non vi era nulla da ritoccare nei pezzi, negli atti ecc. ecc. [...]

 

Come Dio volle, i Vespri andarono in scena ed ebbero un grande successo, con oltre cinquanta repliche. L’opera, subito tradotta in italiano, fu presentata a Parma con il titolo Giovanna de Guzman (26 dicembre).

Verdi, però, non poté rientrare in Italia, come desiderava. A Parigi lo trattenevano ancora beghe e liti per impedire che le sue opere fossero fatte rappresentare in una maniera indegna. Era ancora prassi corrente, ricavare l’orchestrazione di un nuovo lavoro da spartiti pirata, o tagliare e sostituire interi brani con opere di altri compositori. Verdi interverrà energicamente a più riprese, per affermare e difendere l’integrità delle proprie creazioni, questionando aspramente anche con Tito Ricordi che lo bistrattava su diritti di traduzione, diritti di rappresentazione, contratti, errori di stampa, appropriazioni indebite e diritti d’autore. Amareggiato, così scriveva:

“Così a me tocca prolungare il soggiorno in Parigi e consumare danari!… Secondo il solito a me le spese e le noie, agli altri l’utile!”Ricordava a Ricordi che la “colossale fortuna” di questi, derivava largamente dalle sue opere.“Infine io non sono mai stato considerato che come un oggetto, un arnese da servirsene fino che produce. Tristi parole, ma vere.”

Ecco Villa Sant’Agata, in un tour di grande suggestione!

In quell’anno

Partecipazione piemontese alla guerra di Crimea con un contingente di 15.000 soldati

 Henry Bessemer inventa un nuovo processo che consente la produzione di acciaio in grandi quantità e in modo economico

Fonti

Wikipidia

http://verdi.passioneperlacultura.it/

http://www.rodoni.ch/

 

 

 

 

 

 

 

 

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Una semplice buona domenica.

e_nata_la_repubblica_italianaOggi, ho voglia di augurarvi solo “Buona domenica”, senza pensare a tutti i problemi che assillano le nostre vite.

Lo faccio offrendovi questa languida canzone, interpretata da un uomo che, con la sua arte, ha fatto grande l’Italia.

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Calendario verdiano: 24 maggio 1862

89009163Qualche tempo fa, mi capitò di leggere un articolo nel quale. Un giornalista tentava di dimostrare che Giuseppe Verdi era un “leghista ante litteram”. Evidentemente il povero scrivano non conosceva il fervente patriottismo verdiano e il suo grande desiderio di vedere l’Italia finalmente unita e repubblicana. Se non bastasse il famoso “Va pensiero”, indegnamente usurpato da barbari in canottiera verde, basterebbe ascoltare quest’Inno alle Nazioni” : cantata profana composta da Giuseppe Verdi su testo di Arrigo Boito per l’Esposizione universale del 1862 e presentata in anteprima il 24 maggio 1862 presso la Royal Opera House di Londra .

Inno delle Nazioni

Librettist: Arrigo Boito

CORO DI POPOLO
Gloria pel cieli altissimi,
Pei culminosi monti,
Pel limpidi orizzonti
Gemmati dí splendor.
In questo dí giocondo
Balzi di gioia il mondo,
Perchè vicino agli uomini
È il regno dell Amor,
Gloria! I venturi popli
Ne cantin la memoria,
Gloria pel cieli! … Gloria!

BARDO
Spettacolo sublime! … ecco … dai lidi
Remoti della terra, ove rifulge
Cocentemente il sol, ove distende
Bianco manto la neve, una migrante
Schiera di navi remigar per l acque
Degli ampli oceani, ed affollarsi tutte
Verso un magico Tempio, ed in quel Tempio
Spandere a mille a mille i portentosì
Miracoli del genio! … E fuvvi un giorno
Che passò furïando, quel bïeco
Fantasma della guerra; allora udissi
Un cozzar d armi, un saettar di spade,
Un tempestar di carri e di corsieri,
Un grido di trionfo … e un uluante
Urlo … e colà ove fumò di sangue
Il campo di battaglia, un luttuoso
Campo santo levarsì, eun elegia
Di preghiere, di pianti e di lamenti …
Ma in oggi un soffio di serena Dea
Spense quell ire, e se vi fur in campo
Avversarii crudeli, oggi non v ha
In quel Tempio che Umana Fratellanza,
E a Dio che l volle alziam di laudi un canto.
Signor, che sulla terra
Rugiade spargi e fior
E nembi di fulgori
E balsami d amor;
Fa che la pace torni
Coi benedetti giorni,
E un mondo di fratelli
Sarà, la terra allor.

Salve, Inghilterra, Regina dei mari
Di libertà vessillo antico! … Oh, Francia,
Tu, che spargesti il generoso sangue
Per una terra incatenata, salve, oh Francia, salve!
Oh Italia, oh Italia, oh Patria mia tradita,
Che il cielo benigno ti sia propizio ancora,
Fino a quel dí che libera tu ancor risorga al sole!
Oh Italia, oh Italia, oh Patria mia!

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Calendario verdiano: 22 maggio 1874

Marta tra i fiori blog di Marta Isnenghi giardino arte paesaggio Manzoni e Verdi218“Messa da requiem” composta per Manzoni,  diretta dal Maestro nella Chiesa di San Marco a Milano

Ora tutto è finito!e con Lui finisce la più pura, la più santa, la più alta delle glorie nostre”. Così Verdi commentava l’annuncio della morte di Alessandro Manzoni, che il musicista venerava, avvenuta a Milano il 22 maggio 1873. La stima per Manzoni albergava nel cuore di Verdi da tempo: assai poco incline alla fede e avverso alla chiesa , che considerava come un ostacolo all’unità d’Italia, Verdi sentiva che Manzoni, credente, era comunque profondamente laico e sostenitore della causa italiana. Scriveva ancora di lui:

… ha scritto non solo il più gran libro dell’epoca nostra, ma uno de’ più gran libri, che siano sortiti da cervello umano. E non è solo un libro, ma una consolazione per l’umanità,… è un libro vero; vero quanto la Verità. In altre parole, Manzoni è l’artista che ha condannato le ragioni dei potenti e dei loro seguaci, che non si è mai piegato allo straniero e che ha difeso l’unità d’Italia

In realtà, fra i due grandi non vi fu mai una vera amicizia: s’incontrarono solo una volta, grazie a Giuseppina e all’amica Clara Maffei, alla quale il musicista scrive:

Hayez - Ritratto Clara Maffei

Clara Maffei

«Come spiegarvi la sensazione dolcissima, indefinibile, nuova, prodotta in me, dalla presenza di quel Santo, come Voi lo chiamate? Io me gli sarei posto in ginocchio dinnanzi, se si potessero adorare gli uomini. Dicono che non lo si deve, e sia: sebbene veneriamo sugli altari, tanti che non hanno avuto il talento, né le virtù di Manzoni, e che anzi sono stati fior di bricconi. Quando lo vedrete, baciategli la mano per me, e ditegli tutta la mia venerazione».


Il 23 maggio 1873, scrive a Giulio Ricordi:


Sono profondamente addolorato della morte del nostro Grande! Ma io non verrò domani a Milano ché non avrei cuore d’assistere a suoi funerali. Verrò fra breve per visitarne la tomba, solo e senza essere visto, e forse (dopo ulteriori riflessioni, e dopo aver pesate le mie forze) per proporre cosa ad onorarne la memoria. Tenete il segreto, e non dite pure parola sulla mia venuta, ché mi tanto penoso sentire i giornali parlare di me, e farmi dire e fare, quello che non dico e faccio.

L’idea di Verdi era di comporre una messa da morto da eseguire in occasione del primo anniversario della morte dello scrittore. Verdi si sarebbe accollato le spese di pubblicazione e il Comune l’organizzazione. Il Sindaco di Milano, conte Giulio Belinzaghi accettò e, a lui, così scrisse il Maestro:


Non mi si devono ringraziamenti né da Lei, né dalla Giunta, per l’offerta di scrivere una Messa funebre per l’Anniversario di Manzoni. È un impulso, o dirò meglio, un bisogno del cuore che mi spinge ad onorare, per quanto posso, questo Grande che ho tanto stimato come Scrittore, e venerato come Uomo, modello di virtù e di patriottismo.

Verdi che , come molti grandi musicisti, era attirato e intimidito dal testo del Requiem, già nel 1868, alla morte di Rossini, aveva manifestato l’idea di comporre una messa, insieme ad altri musicisti, in onore del pesarese. Per sé, aveva riservato il “Libera me”, ma il progetto era naufragato. Il pezzo, lievemente modificato, servì poi per la messa manzoniana, senza dubbio più sentita di quella destinata a Rossini, già da quasi 40 anni, ritiratosi dalla vita musicale. Nell’aprile del 1874, dunque, Verdi finì il Requiem. L’esecuzione, dopo molte prove seguite dal compositore, ebbe luogo il 22 maggio 1874, anniversario della morte di Manzoni, e riscosse un enorme successo. Fu considerata un capolavoro, e tre giorni dopo, Verdi la diresse anche alla Scala Come capita spesso, alle grandi lodi fecero eco grandi critiche. Tacciata di agnosticismo e di essere troppo popolare, la Messa ebbe, fra i suoi più fieri oppositori il direttore d’orchestra tedesco e wagneriano, Hans von Bülow, che pur trovandosi a Milano, non volle assistere alla serata. In seguito definì Verdi l’onnipotente corruttore del gusto artistico italiano “ e il Requiem “La sua ultima opera in veste chiesastica”. Quando Brahms, venne a conoscenza di queste affermazioni dichiarò:“Il Bulow ha preso una cantonata, giacché un’opera simile non la può scrivere che il genio.” Il Requiem fece un trionfale giro in Europa: Parigi, Hofoper di Vienna, Royal Albert Hall di Londra e sempre Verdi ebbe applausi, onoreficenze e critiche. La Pall Mall Gazette affermò che l’opera costituiva la più bella musica sacra dopo il Requiem di Mozart, mentre il Morning Post deprecò le “urla del coro nel Dies Irae”.

a31Perfetto, come sempre il commento di Giuseppina

Hanno parlato molto dello spirito più o meno religioso di Mozart, Cherubini, ecc. Io dico che un uomo come Verdi deve scrivere come Verdi, cioè secondo il suo modo di sentire e d’interpretare i testi. Lo spirito religioso e la maniera di esprimerlo devono portare l’impronta dell’epoca e della individualità. Io avrei, per così dire, rinnegato una Messa di Verdi che fosse stata scritta dietro il modello A, B e C.

Verdi, naturalmente, non partecipò pubblicamente alla polemica, ma si sfogò con Ricordi:

Sarebbe meglio per tutti e più dignitoso di non parlare più dell’affare Bülow; e a dir vero se questi tedeschi sono così insolenti la colpa è principalmente nostra. Quando essi vengono in Italia noi gonfiamo talmente la loro boria naturale colle nostre smanie, coi nostri entusiasmi, coi nostri epiteti sragionati, che essi naturalmente devono ben credere che noi non sappiamo respirare né vedere la luce senza che essi portino il loro sole. E diciamo tutta la verità, gli entusiasmi specie di Milano per Bülow e Rubinstein non sono per 99 gradi più del loro merito? Infine, cosa sono? Pianisti ad una distanza immensa da Liszt e Chopin, e musicisti di terz’ordine.

 

 In quell’anno

Emile Zola pubblica Il ventre di Parigi, terzo romanzo del ciclo dei “Rougon-Macquart”

Jules Verne pubblica L’isola misteriosa

Modest Mussorgski compone Boris Godunov, opera in cinque atti

Bolla papale non expedit, che invita i cattolici italiani a non votare e a non partecipare alla vita politica

 

Fonti

http://www.artdreamguide.com/info.htm

http://www.rodoni.ch/

http://heinrichvontrotta.blogspot.it/

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Calendario verdiano: 6 marzo 1853 – Parte II

verona-opera-traviataLa traviata” : melodramma in quattro atti su libretto di Francesco Maria Piave, tratto dal romanzo “La dame aux camélias” di Alexandre Dumas figlio. Venezia, Teatro La Fenice, 6 marzo 1853.

Dunque, come già detto nel post precedente, Verdi vide il dramma di Dumas nel suo soggiorno parigino del 1851, con Giuseppina, e ne fu così affascinato che già nel 1852, Francesco Maria Piave aveva ultimato il libretto. Verdi aveva ben chiaro che, per la parte di Violetta, era necessaria una “donna di prima forza”, e che la debolezza del cast avrebbe potuto determinare il successo della serata. Naturalmente, visto il soggetto scabroso e la sua contemporaneità, come spesso accadeva, la censura propose di modificare il titolo in “Amore e morte”, spostando l’azione nel 1700. Ma Verdi, caparbiamente, non accetto e l’opera andò in scena ,il 6 marzo del 1853, con titolo e ambientazione originali. Fu un clamoroso insuccesso: il cast era debole e il pubblico restò sconcertato e offeso vedendosi ritratto, in maniera assai poco onorevole. Solo l’anno dopo, al Teatro San Benedetto, sempre a Venezia, l’opera, in ambientazione settecentesca, ebbe il meritato successo.

Qualcuno ha voluto vedere nel rapporto tormentato tra Alfredo e Violetta, una sorta di tentativo, magari inconscio, del Maestro, di voler riabilitare la sua relazione e la seguente convivenza con la Strepponi che, soprattutto dai bussetani, non era ben vista per il suo passato “turbolento”. Ovviamente non è facile fare simili affermazioni ma è, comunque, lecito immaginare che Verdi sentisse particolarmente vicino il personaggio di Violetta.

Brindisi-Traviata-GiuseppeVerdi

Nel periodo in cui Verdi componeva lo spartito, dividendosi tra Sant’Agata e Roma, dove si preparava la prima de “Il trovatore”, il carteggio fitto tra lui e Giuseppina, rimasta a casa, ci rivela, oltre all’affetto della Strepponi, anche un lato imperioso del carattere di lui. Data l’irregolarità del loro rapporto, Verdi non permetteva a Giuseppina di seguirlo nei suoi viaggi.

Ecco cosa scrive la Strepponi, nel gennaio del 1853:

Domani aspetto tue nuove e Dio voglia non manchino, avendone troppo bisogno! Spero avrai passato il primo dell’anno un po’ meglio di me… [...] Non posso dirti con quanta impazienza aspetti il tuo ritorno!… Mi sono abbonata alla lettura e leggo, leggo, leggo, fino a farmene gli occhi infiammati; ma temo che la tristezza e la noia non mi attacchino con violenza in questi giorni in cui tu m’hai condannata al sistema cellulare. Dirai: spendi e divertiti. Prima di tutto io non amo che tu mi dica “divertiti” e poi, io non so cosa farmene dei divertimenti! Se io ti potessi vedere un quarto d’ora ogni ventiquattro, io avrei l’animo lieto, lavorerei, leggerei, scriverei ed il tempo mi passerebbe anche con troppa velocità. Così… ma lasciamo quest’argomento, perché mi vien da piangere.”

E ancora:

Mio caro Pasticcio, ricevo la tua in questo momento e non ti posso dire con quale gioia!… Godo moltissimo che tu ti trovi perso senza di me, e ti auguro tanta noia da farti rinunziare alla barbara idea di lasciarmi isolata, come un santo della Tebaide! Mio caro Mago, il tuo cuore è un cuore d’Angelo, ma la tua testa, per le lingue e per certe idee, ha la parte ossea di una tale épaisseur, che se Gall esistesse, potrebbe aggiungere delle curiose osservazioni al suo trattato della Craniologia. Io domando a te in via di conversazione. È vero o non è vero che tutti quelli che s’intrigano, o s’interessano de’ fatti altrui credono come un articolo di fede ch’io sia teco a Roma? Tu risponderai: certamente: lascia che lo credano. Io ripiglio (sempre in via di conversazione). Cosa farebbe a te allora, che vicino alla tua stanza da letto vi fosse la stanza del tuo povero Pasticcio? [...] Ora potendo io star sola, sola, senza distrazione alcuna in una stanza, invece di starvi malcontenta, vi starei felicissima se sapessi che la notte quando rientri dal teatro, o dalla conversazione, prima di coricarti verresti come a casa, a dirmi; Buona notte, Pasticcio, e alla mattina prima di aprire la tua stanza alle visite: Buongiorno, Pasticcio. A me pare che nessun oratore abbia mai trovato argomenti più persuasivi dei miei.”

Forse anche per questi motivi, il personaggio di Violetta è così completo e affascinante e, come ha detto il maestro Eduardo Rescigno

Ci dev’essere una ragione profonda, tuttavia, al sovrapporsi di Violetta – e della Camille interpretata magistralmente da Greta Garbo (nell’omonimo film diretto da George Cukor nel 1936) – su Marguerite. Sembra proprio che nonostante la realtà che ci circonda ci dica continuamente il contrario, non ci si possa sottrarre al sogno di un amore sincero, puro e disinteressato. Giuseppe Verdi prese spunto dal romanzo e dalla versione teatrale di Dumas, seguendo soprattutto lo schema del primo, terzo e quinto atto, ma fece della protagonista un simbolo dell’amore più puro e disinteressato”

Il parere di Rosetta Noli, soprano che fu una delle Violette più

Rosetta Noli

Rosetta Noli

apprezzate degli anni ’50:

Per interpretare questo personaggio è indispensabile la lettura del romanzo di Dumas, per approndirne alcuni aspetti che, nell’opera, per ovvi motivi, non vengono messi in luce. Per esempio, pochi sanno che la predilezione di Violetta per le camelie non era un vezzo: era allergica a tutti i fiori e sopportava solo le camelie che non hanno profumo, Dal punto di vista vocale, le difficoltà sono innumerevoli: basta dire che, per avere una Violetta perfetta ci vorrebbero 3 soprani. Un soprano leggero, per la “grande aria” del primo atto, un soprano lirico per “Amami Alfredo” e un soprano drammatico per il finale. La bravura sta nel trovare l’equilibrio fra queste tre facce del personaggio.”

Qui, una piccola curiosità: “La traviata” a fumetti.

In quell’anno

Il 30 marzo, a Zundert (Olanda), nasce Vincent van Gogh (m. 1890), pittore olandese, massimo esponente del Post-impressionismo

Tentativi insurrezionali mazziniani a Milano, in Lunigiana e nel Cadore

Invenzione del motore a scoppio da parte di Eugenio Barsanti e Felice Matteucci

Fonti

http://www.giuseppeverdi.it/page.asp?IDCategoria=3648&IDsezione=25771

http://www.railibro.rai.it/articoli.asp?id=452

http://www.artdreamguide.com/info.htm

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Auguri e addii

La situazione dell’Italia è grave ed intricata, il clima è, più che primaverile, autunnsle, il mio umore è pessimo dopo che, inavvertitamente, ho cancellatotutti i dati e i  programmi dal mio pc.

Ma gli Auguri dono un modo per sperare in un futuro migliore e, quinfi ve li faccio con tutto il cuore.

Avevo preparato una bella immaginecda mettere qui, ma ho deciso di sostituirla con quellacdi un caro amico, amico di tutti, che ci ha lasciati, ieri.

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Ciao Enzo.

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Calendario verdiano: 24 marzo 1881

 

Boito-e-Verdi_CMYK_03Simon Boccanegra, seconda versione, su libretto di Francesco Maria Piave fortemente modificato da Arrigo Boito (1842-1918), tratto dal dramma Simon Bocanegra (1843) di Antonio García Gutiérrez (Milano, Teatro alla Scala, giovedì 24 marzo 1881).

L’opera, ambientata a Genova, narra delle vicende politiche e personali del Doge Simone Boccanegra, primo doge della Repubblica di Genova. (1339), è attesta, se mai ce ne fosse stato bisogno, l’affetto di Verdi per la Superba. Denominato affettuosamente, dal maestro, “il tavolo zoppo”, “Simon Boccanegra”, nella prima versione, a Venezia, il 12 marzo 1857, era stato un vero insuccesso. Di tale caduta, il maestro incolpò soprattutto il povero Piave, e nel considerarne la revisione, decise di affidare il lavoro ad Arrigo Boito, musicista e poeta aderente al movimento della Scapigliatura. Tra i due non c’era mai stato un particolare affiatamento, poiché Boito, convinto wagneriano, aveva spesso polemizzato con il bussetano, ma Ricordi, editore accorto e lungimirante, aveva favorito l’incontro, convincendo Verdi ad affidare allo scapigliato la revisione del libretto. Nascerà così un bellissimo sodalizio, musicale e personale, che ci darà, in seguito, due capolavori, quali “Otello” e “Falstaff”.

Tra i due artisti nascerà un rapporto cordiale e un intenso lavoro che convincerà Verdi a continuare l’amicizia e la collaborazione con Boito, fino alla morte. Numerose le lettere che il maestro scrive a Boito, da Genova, dove i coniugi passeranno l’inverno del 1881, per confrontarsi circa le modifiche da fare al libretto. Verdi non avrebbe voluto stravolgere troppo il lavoro di Piave ma L’intelligenza di Boito e il modo in cui risolse le difficoltà del vecchio testo, gli fecero una favorevolissima impressione. Il primo atto, per esempio, fu completamente rivisto, e Verdi fu ispirato da due lettere di Francesco Petrarca, una indirizzata al Doge di Genova, Boccanegra, e l’altra a quello di Venezia, che condannavano le lotte fratricide tra le due Repubbliche; la lettera di Petrarca comparirà non solo nel testo del libretto, ma anche sulla scena. Alcuni risultati, quali la magnifica scena nella camera di Consiglio e i recitativi del furfantesco Paolo, sul genere di quelli di Jago, piacquero tanto al maestro che così ne scrisse:

Bellissima questa scena del Senato, piena di movimento, di colore locale, con versi elegantissimi e potentissimi come al solito Lei fa. Sta bene per i versi da cambiare nel principio del terz’atto, e benissimo l’avvelenamento del Doge in quel modo. Ma per disgrazia mia, il pezzo è vasto assai, difficile a musicare, e non so se avrò il tempo per rimettermi in sella per far questo, ed accomodare tutto il resto.

Ecco la parte finale della scena del Senato, in un’edizione scaligera del 1978

Una piccola curiosità che attesta la notorietà di Verdi e la sua popolarità, sono le figurine a lui dedicate. Aziende come Liebig, Lavazza, Suchard, gli dedicarono intere serie e nel 1964, persino due calendarietti da barbiere riportarono le sue immagini.

Verdi e i suoi personaggi - Figurine Liebig

Verdi e i suoi personaggi – Figurine Liebig

In quell’anno

Giovanni Verga pubblica I Malavoglia

In Italia si costituisce un governo di larghe intese presieduto da Agostino Depretis

Louis Pasteur scopre il vaccino contro il carbonchio

Fonti

http://www.giuseppeverdi.it/default.asp

http://www.artdreamguide.com/info.htm

http://www.rodoni.ch/CORSOSUVERDI/cronologia.html

http://verdi.passioneperlacultura.it/vita/

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Calendario verdiano: 11 marzo 1851

verdi-rigolettoRigoletto, su libretto di Francesco Maria Piave, tratto dal dramma Le roi s’amuse (1832) di Victor Hugo (Venezia, La Fenice, martedì 11 marzo 1851).

Con quest’opera terminano gli “anni di galera”, che avevano sottoposto Verdi a un lavoro massacrante: come già detto, le opere di questo periodo nascono, innanzi tutto, dalla necessità economica e dalla voglia di affermazione del maestro che, grazie a questi spartiti, può scandagliare e affinare le sue capacità di musicista e di drammaturgo. Con Rigoletto, l’arte verdiana raggiunge uno dei suoi vertici più alti grazie alla perfetta concatenazione drammatica, realizzata con altrettanto perfetto equilibrio dei mezzi musicali impiegati: la vendetta del buffone di corte, per l’oltraggio inflitto dal duca libertino alla figlia, ricade spaventosa su di lui tra lo scatenarsi degli elementi naturali in tempesta.  Ancora una volta, egli cerca la storia da musicare tra i grandi autori europei, suoi contemporanei, e la scelta cade sullo “scandaloso” dramma di Hugo, Le roi s’amuse, che Verdi considerava “il più gran dramma dei tempi moderni” mentre, di “Tribolet” (Rigoletto in italiano) diceva “è creazione degna di Shakespeare!”.

Anche in “Rigoletto”, oltre alla scelta inconsueta di avere come protagonista un uomo deforme nel corpo e nell’anima, Verdi analizza il rapporto tra i potenti e gli umili. Ma, proprio questa scelta sarà, per lui, fonte di dispiaceri. Tre mesi prima della data stabilita per l’esecuzione, la direzione del Teatro La Fenice ricevette la seguente comunicazione dalle autorità austriache:

3845869ab3fc5f28e8c2712cc6a7efe6[...] si deplora che il poeta Piave ed il celebre Maestro Verdi non abbiano saputo scegliere altro campo per far emergere i loro talenti che quello di una ributtante immoralità ed oscena trivialità qual è l’argomento del libretto intitolato La Maledizione.(Rigoletto)

A questo proposito il 5 dicembre 1850 Verdi scrisse al Presidente della Fenice:

La lettera arrivata col decreto che proibisce assolutamente La Maledizione [Rigoletto] mi è riuscita inaspettata al punto da perdere la testa [...] perché ora è troppo tardi per scegliere altro libretto, che mi sarebbe impossibile, affatto impossibile di musicare per questo Inverno. [...] Ora, sull’onor mio ripeto che mi è impossibile scrivere un nuovo libretto, quand’anche volessi occuparmi al punto da perdere la salute. [...] Il danno ed il dispiacere che mi provvengono da questa proibizione sono così grandi che io non ho parole per descriverli.

 La tenacia di Verdi ebbe il sopravvento e l’opera andò in scena ottenendo un grande successo. Se come musicista Verdi è, ormai affermato e riverito, Ssul piano personale, deve affrontare ancora alcune difficoltà che amareggianola sua esistenza. Trasferitosi a Villa Sant’Agata, a Busseto con Giuseppina con cui convive ormai da due anni,  si troverà circondati da un’atmosfera ostile che lo obbligherà a isolarsi sempre più. Comincerà in questo periodo a occuparsi attivamente dei suoi fondi, scavando pozzi artesiani, interessandosi di argini, di sementi, di mezzi e metodi di coltivazione (sarà il primo, anni dopo, a importare dall’Inghilterra le macchine agricole). Ma tutto ciò non basterà a fugare la morbosa curiosità dei suoi concittadini, tanto che Barezzi, suo suocero e benefattore, gli chiederà di legalizzare la sua unione con Giuseppina. Così Verdi rispose:

 In casa mia vive una Signora libera indipendente, amante come me della vita solitaria, con una fortuna che la mette al coperto di ogni bisogno. Né io, né Lei dobbiamo a chicchessia conto delle nostre azioni; ma d’altronde chi sa quali rapporti esistano tra noi? Quali gli affari? Quali i legami? Quali i diritti che io ho su Lei, ed Ella su di me? Chi sa s’Ella è o non è mia moglie? Ed in questo caso chi sa quali sono i motivi particolari, quali le idee da tacerne la pubblicazione? Chi sa se ciò sia bene o male? Perché non potrebbe anche essere un bene? E fosse anche un male chi ha il diritto di scagliarci l’anatema? Bensì io dirò che a lei, in mia casa, si deve pari anzi maggior rispetto che non si deve a me, e che a nessuno è permesso mancarvi sotto qualsiasi titolo; che infine ella ne ha tutto il diritto, e pel suo contegno, e pel suo spirito, e pei riguardi speciali a cui non manca mai verso gli altri.

 

In quell’anno

In Francia nasce la “Société Héliographique”, una delle prime società fotografiche al mondo, il cui compito è favorire lo sviluppo della fotografia e pubblicare la rivista “La Lumière”. La società dura solo un anno ma da essa nascerà la “Sociéte Française de Photographie”

Herman Melville pubblica Moby Dick o la balena bianca.

 Giuseppe Mazzini elabora un nuovo programma di azioni rivoluzionarie in Italia.

In Italia le varie autorità provvedono a sopprimere diversi giornali: l’Artista, il Lucifero, Il Montanaro, il Lombardo-Veneto, Era Nuova, La Società, Il Comune Italiano.

Le autorità veronesi diffidano i giovani che vestono “a modo di far risaltare i tre colori nazionali bianco, rosso e verde”.

A New York nasce il “New York Times

Fonti

http://www.artdreamguide.com/hist.htm

http://www.giuseppeverdi.it/default.asp

http://www.rodoni.ch/CORSOSUVERDI/cronologia.html

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Calendario verdiano: 9 marzo 1844

Verdi anni di galeraErnani, su libretto di Francesco Maria Piave (1810-1876), tratto dalla tragedia Hernani (1830) di Victor Hugo (Venezia, Teatro La Fenice, sabato 9 marzo 1844).

Con “Ernani” torniamo ancora agli “anni di galera”, periodo di formazione e d’incessante lavoro, nel quale Verdi sonda e consolida le sue capacità. Verdi ne inizia la stesura già nel 1843, quando si accorda con La Fenice per una nuova opera, e inizia della collaborazione con Francesco Maria Piave, al suo primo libretto. Così Verdi scrive al Piave:

Le raccomando la brevità, e ora che incomincia l’azione non i lasci cadere e non dimentichi alcune frasi bellissime che sono nell’originale. … Non so capire perché si faccia un cambiamento di scena nell’atto terzo. … Un cambiamento di scena disturberebbe immensamente l’uditorio e interrompe l’azione. I cambiamenti fatti nei primi atti vanno bene, ma negli ultimi due quanto più staremo attaccati a Hugo tanto più avranno effetto. Per me quei due atti sono divini. [...] Le raccomando brevità, e fuoco. [2.10.1843]

Francesco M. Piave

Francesco M. Piave

Tratta dall’omonimo dramma di Victor Hugo, Ernani con una  vicenda, ricca di colpi di scena e incentrata su un triplice amore, l’opera diede la possibilità a Verdi di approfondire la caratterizzazione di alcuni personaggi dal punto di vista drammaturgico e di iniziare ad affrancarsi dall’ingombrante influsso dei grandi compositori italiani dei primi decenni dell’Ottocento: Gioachino Rossini, Vincenzo Bellini e Gaetano Donizetti.

 A Venezia ottiene successo discreto, malgrado le resistenze e la cattiva prestazione dei cantanti, giunti affaticati alla prima; l’opera è presto ripresa a Vienna (oltre che alla Scala e in varie città italiane), diretta da Donizetti. Una volta ancora, com’era già accaduto col “Nabucco” due anni prima, il pubblico individua, in alcuni brani, un riconoscimento e uno sprone alla lotta per l’unità d’Italia. E’ il caso del coro “Si ridesti il leon di Castiglia”, il cui testo sembra riferirsi alla condizione dell’Italia dell’epoca.

italia 1843Si ridesti il Leon di Castiglia
e d’Iberia ogni monte, ogni lito
eco formi al tremendo ruggito,
come un dì contro i Mori oppressor.
Siamo tutti una sola famiglia,
pugnerem colle braccia, co’ petti;
schiavi inulti più a lungo e negletti
non sarem finché vita abbia il cor.
Morte colga o n’arrida vittoria,
pugnerem, ed il sangue de’ spenti
nuovo ardir ai figliuoli viventi,
forze nuove al pugnare darà.
Sorga alfine radiante di gloria,
sorga un giomo a brillare su noi…
sarà Iberia feconda d’eroi,
dal servaggio redenta sarà.

In quell’anno

Alexandre Dumas padre pubblica I tre moschettieri.

William Makepeace Thackeray pubblica Le memorie di Barry Lyndon

Tentativo mazziniano dei fratelli Bandiera in Calabria

Riduzione dell’orario di lavoro dei bambini, delle donne e dei giovani in Gran Bretagna

Negli Stati Uniti viene realizzata la prima linea di telegrafo tra Washington e Baltimora, che Samuel Morse utilizza per effettuare la prima trasmissione della storia

Fonti

http://www.artdreamguide.com/info.htm

http://www.artdreamguide.com/info.htm

http://www.treccani.it/

http://it.wikipedia.org/

http://cronologia.leonardo.it/storia/regno01.htm

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Calendario verdiano: 27 febbraio1869

AV_STREPPONILa forza del destino, seconda versione, su libretto di Francesco Maria Piave con numerosi interventi di Antonio Ghislanzoni (1824-1893), tratto dal dramma Don Álvaro, o La fuerza del sino (1835) di Ángel de Saavedra y Ramírez duca di Rivas, e dal dramma Wallensteins Lager (1796) di Friedrich Schiller (Milano, Teatro alla Scala, sabato 27 febbraio 1869).

Con la revisione di questo spartito, presentato nella prima versione al Teatro Imperiale di San Pietroburgo il10 novembre 1862, Verdi ritorna alla Scala che aveva disertato da anni. Il compositore tolse alcuni pezzi, cambiando l’ordine delle scene, curando una nuova ristampa, rifacendo di nuovo il finale e aggiungendo l’attuale sinfonia, modellata su quella del rossiniano Guglielmo Tell, per rendere omaggio a Rossini, scomparso 13 novembre 1868. I cambiamenti necessari al libretto furono effettuati da Antonio Ghislanzoni, poeta drammaturgo, narratore e direttore della “Gazzetta Musicale” di Milano. Quando il critico Filippi sostenne che l’aria di Leonora “Pace, pace mio Dio” era un’imitazione dell’Ave Maria di Schubert il compositore rispose esaurientemente:

[...] nella mia somma ignoranza musicale, non saprei da quant’anni non sento l’Ave di Schubert, e m’era perciò ben difficile imitarla. Non creda che dicendo: una somma ignoranza musicale, sia per fare un po’ di blague. No, è la pura verità. In casa mia non vi è quasi musica, non sono mai andato in una Biblioteca musicale, mai da un editore per esaminare un pezzo. Sto a giorno d’alcune delle migliori opere contemporanee non mai studiandole, ma sentendole qualche volta a teatro: in tutto ciò vi ha uno scopo ch’Ella capirà. Le ripeto adunque che io sono, fra i maestri passati e presenti, il meno erudito di tutti. Intendiamoci bene, e sempre per non far blague; dico erudizione e non sapere musicale. Da questo lato mentirei, se dicessi che nella mia gioventù non abbia fatto lunghi e severi studi.

La vita di Verdi e di Giuseppina, sposata nel 1859, vede, in questo periodo, due avvenimenti che metteranno a dura prova l’animo della Strepponi. Nel 1867, insieme, avevano deciso di adottare la piccola Filomena, figlia di un povero cugino delle Roncole, che fu poi nominata erede universale e chiamata Maria. L’amore di Giuseppina per questa bimba era quasi più che materno. Ma Verdi aveva decretato, con il suo solito buon senso, che la bambina doveva partire per il collegio torinese, l’istituto della Regia Opera della Provvidenza. Dopo la partenza della bimba, Verdi andò a Milano, per le prove della della Forza del destino, e Giuseppina ritornò, sola, a Genova. Raccontava al canonico Avanzi:

Non avrei coraggio di ricominciare, e pel momento non sono ben sicura se avrò coraggio di persistere nella determinazione presa di starmene separata per tanto tempo. Ho sofferto molto, moltissimo! Piango ogni volta che ripenso a lei e mi par di vedere quella faccia aperta e ridente in tutti gli angoli della casa! Ma non c’è più. È un Istituto imponente; mi pare che abbia la maggior parte dei requisiti che si richieggono per farne delle allieve ben educate e seriamente istruite… ma… ma mi pare che io pure avrei potuto educarla e farla istruire benissimo.

Ma la tristezza di Giuseppina non dipendeva solo dalla lontananza di Maria. Il Maestro durante le prove della Forza del destino alla Scala, passò molto tempo  in compagnia di Teresa Stolz, soprano drammatico per eccellenza, potente e appassionata,  già  conosciuta a Genova,  nel ’68, , quando era fidanzata ufficiale del direttore e compositore Angelo Mariani. La moglie di Verdi così rispondeva a un invito del maestro:

Teresa Stolz

Teresa Stolz

Ho ben pensato e non verrò a Milano. Ti risparmierò così di venire misteriosamente ad ora di notte alla stazione per farmene scivolar fuori come un involto di merce proibita. Ho ponderato il tuo profondo silenzio prima di partire da Genova, le tue parole di Torino, la tua lettera di martedì ed i miei presentimenti mi consigliano di declinare l’offerta che mi fai di venire ad assistere ad alcune prove della Forza del destino. Sento tutto quello che vi è di forzato in questo invito e io credo saggia determinazione lasciarti in pace e starmene dove sono. Se non mi diverto, non mi espongo almeno ad ulteriori ed inutili amarezze e tu sarai d’altronde completamente à ton aise. (…) No, Verdi, io non poteva pensare che in primavera si potesse presentare insieme all’augusta presenza del Manzoni, ed in inverno fosse prudente cosa rinnegarmi. Così è. Tollera dunque che il mio cuore esacerbato trovi la dignità del rifiuto e Dio ti perdoni l’acutissima ed umiliante ferita che mi hai recata.

La gelosia di Giuseppina non si placò tanto facilmente, e tra i coniugi vi furono vari momenti difficili. Alla lunga, però la Strepponi si convinse che la Stolz aveva nei confronti del maestro null’altro che una semplice e grande ammirazione di compositore. In l’occasione della loro riappacificazione, la Strepponi donò a Verdi una sua famosa foto, con la dedica: “Al mio Verdi, con l’ affetto e la venerazione di un tempo”. Da quel momento Teresa Stolz divenne una fedele amica dei due anziani coniugi, per i quali si rivelò un importante aiuto nella loro vecchiaia.

Qui l’intervista a Maria Mercedes Carrara Verdi

In quell’anno

Claude Monet e Pierre-Auguste Renoir dipingono assieme “en plein air” sulla Senna alcune vedute di La Grenouillère. Per la prima volta applicano in maniera radicale e personale il principio della resa delle luci, delle ombre e dei riflessi dell’acqua mediante piccole pennellate di colore puro, svincolate dal concetto di “colore locale”. Si può considerare, a tutti gli effetti, l’inizio dell’Impressionismo

Lev Tolstoj pubblica Guerra e Pace

Feodor Dostoevskij pubblica L’idiota

Richard Wagner compone Sigfrido, opera in tre atti, seconda giornata della tetralogia de L’anello del Nibelungo e  Il Crepuscolo degli dei,

Apertura del canale di Suez

Susan B. Anthony ed Elizabeth Cady Stanton fondano a New York la “National Women’s Suffrage Association” (NWSA), organizzazione per il suffragio delle donne.

Fonti

http://verdi.passioneperlacultura.it/vita/

http://www.artdreamguide.com/info.htm

http://www.rodoni.ch/CORSOSUVERDI/cronologia.html

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